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Dalla gloria delle Ande alla gloria del Bernini

Il “sentimento” popolare del tempo l’aveva espresso con rara efficacia la poesia del vescovo brasiliano Pedro Casaldaliga. L’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero, mentre celebrava la messa, eseguita dai plotoni della morte del suo paese, aveva sorprendentemente diviso l’opinione pubblica anche del mondo cattolico. Eliminazione di un pericoloso comunista o di un martire della difesa dei poveri? Soppressione di un nemico dell’ordine pubblico o di un testimone esemplare del vangelo che segue fino in fondo l’esempio del maestro nel dono della vita contro l’ingiustizia organizzata del popolo di cui si sente fino in fondo padre e pastore? Un fremito che attraversò a lungo anche il mondo cattolico e che perdura tuttora anche se in forme meno violente e più segrete in non piccola parte dell’opinione pubblica. Per alcuni, i più, un santo coraggioso fino al disprezzo della propria vita; per altri un pericoloso sovversivo da eliminare e da mettere a tacere costi quello che costi. Che il limite attraversasse il mondo in tutta la sua larghezza era più che ovvio, che dividesse anche i credenti in Cristo assai meno normale. Eppure fu proprio così. Una distanza enorme, almeno quanto misura geograficamente la lontananza della terra del martirio, uno dei paesi più poveri del pianeta, dal nostro mondo del benessere e dell’opulenza. Tutto compreso. Perché, come affermerà il nostro poeta, egli fu “abbandonato dagli stessi fratelli del pastorale e di messa”.
Fu allora, in quelle circostanze drammatiche, che il poeta sacro fece sentire la sua ispirata voce che scosse la mente e il cuore di tanti di noi:
“L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini/nella spuma aureola dei suoi mari,/nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili,/nella canzone di tutte le sue strade,/nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni,/di tutte le sue trincee,/di tutti i suoi altari…/ Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli!/ San Romero d’America Pastore e Martire nostro:/nessuno farà tacere la tua ultima omelia!”.
L’omelia del sangue, non della parola, della testimonianza non della voce, dell’inizio non della fine. Il suo suono assordante ha percorso il mondo intero ed è esplosa domenica 14 ottobre 2018 nelle migliaia di persone che assistevano commosse alla canonizzazione dell’umile piccolo vescovo sorridente celebrata dal primo papa sudamericano, pure lui parte integrante dell’avvenimento, perché anch’egli, difensore sofferente del suo martirio, aveva subìto le stesse accuse e le stesse offese ed è certo che un giorno aveva pronunciato le profetiche parole: “Se fossi papa io, lo farei santo”. La Provvidenza ha voluto proprio così: è stato monsignor Bergoglio, divenuto papa Francesco I, a pronunciare commosso la frase canonica che proclamava santo per tutta la chiesa, cioè soggetto di venerazione e modello di santità, il collega sudamericano. Romero è ora per sempre registrato nell’interminabile categoria di coloro che hanno illustrato nel tempo il cammino di santità della chiesa. San Romero d’America, prega per noi. Non ti abbiamo conosciuto di persona, ma ora sei per tutti noi un fratello, un amico, un modello esemplare.
È ora che riconosciamo il grande apporto che la chiesa sudamericana ha dato all’intera chiesa cattolica in questo difficile momento di crisi e di rinnovamento. Una lezione evangelica di coraggio, di coerenza, di povertà, di stile pastorale, di amore per i poveri, di semplicità, di preparazione biblica e teologica. Le caravelle di Colombo sono tornate cariche di doni inestimabili, di cui dobbiamo saper fare tesoro. A lungo andare, la comunione fra le chiese ha prodotto i suoi frutti. Molte chiese ne hanno usufruito i vantaggi anche mediante lo scambio dei sacerdoti, che hanno riportato fra noi uno spirito nuovo, esperienze non conosciute ed esemplari, testimonianze di vita significative, se non addirittura eroiche. Dovremmo ora essere capaci di ripensare a tutto questo, fare una sintesi e tirare le conclusioni. Perché le esperienze ci sono state, ma certo tutte le conclusioni non sono state realizzate. La canonizzazione di Oscar Romero in questo senso è provvidenziale, come è provvidenziale la sincronicità delle vicende del martire salvadoregno e di Paolo VI, l’ultimo papa italiano, simbolo e artefice di rinnovamento della chiesa in se stessa e della chiesa nei rapporti col mondo.
Punto di riferimento rimane la dolce figura di papa Francesco, che sta dando alla chiesa un impulso di grande spessore e di straordinaria spiritualità. Di origine italiana, di formazione sudamericana, egli rimane il provvidenziale trait-d’union dei due mondi, ai quali soprattutto noi chiediamo un vigoroso passo in avanti nel sinodo dei vescovi attualmente in corso, per il quale rimaniamo in vigile attesa di preghiera e di speranza.
Giordano Frosini

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