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Il ritorno di Paolo VI

La canonizzazione di Paolo VI riporta alla mente e al cuore una delle figure più luminose del nostro recente passato. Il riconoscimento ufficiale della sua santità rende giustizia a colui che con grande pazienza e intelligenza riuscì a portare a termine uno dei concili più difficili della storia, soffrì con singolare dignità la crisi che nacque dalla sua applicazione, aprì la chiesa al dialogo col mondo intero, indicò con sicurezza le vie dell’impegno terrestre della comunità cristiana nel cambiamento d’epoca in cui stavano mutando radicalmente assetti, culture, mentalità, indirizzi, aspirazioni senza confronti con il passato. In tali circostanze, l’ultimo papa italiano rimane il simbolo silenzioso della sofferenza e delle difficoltà di una chiesa che egli riuscì ancora a dominare con le sue parole misurate e i suoi orientamenti illuminati, espressioni e frutto di fulgida fede e di invincibile speranza. Un grande papa che, nonostante le apparenze, sembra il modello di riferimento dell’attuale successore papa Francesco, di tutt’altro stile e di tutt’altro temperamento, ma dello stesso orientamento di pensiero. Della sua fede adamantina, quasi nascosta dietro l’effigie di un volto timido e misterioso, rimane come un monumento il suo inno a Cristo, pronunciato a Manila durante una sua coraggiosa visita nel novembre del 1970, degno di uno dei grandi padri della chiesa antica: “Gesù Cristo! Ricordate questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutta la fila dei secoli. Ricordate e meditate: il papa è venuto qua fra voi e ha gridato: Gesù Cristo”. Un nome che non cesserei mai di pronunciare. Un solo innamorato poteva dire quelle parole. Paolo VI lo ricordiamo come un vero apostolo di Cristo, colui che ha fatto dell’evangelizzazione l’unico scopo della sua vita e della chiesa.
Ma non è certamente una decurtazione della sua grandezza se di lui ricordiamo in un momento così difficile e confuso della storia, in particolare italiana, il suo insegnamento sociale, parte integrante ed essenziale di un pensiero che aveva respirato fin dalla giovinezza dalla sua terra di origine e dalla sua stessa famiglia. Papa Montini ha scritto parole definitive sulla presenza della chiesa nella storia, nell’ordinamento degli stati e della società, sulla gestione dell’attività politica come strumento di pace e di ricerca del bene comune. Un insegnamento che, attraverso uno dei suoi grandi documenti, la Populorum progressio, raggiunge le dimensioni universali della società globalizzata. Una prova ancora per dire che il Vangelo ha parole e dimensioni attuali per tutte le epoche della storia. In questo campo, più che altrove, forse Paolo VI ha espresso una delle parti migliori del suo insegnamento. Più di sempre in questo campo egli rimane il papa del futuro.
Un documento in particolare, l’Octogesima adveniens, pubblicata a ottanta anni dall’uscita della Rerum novarum, rimane il testo a cui dovrebbero attingere alcune annotazioni fondamentali le generazioni attuali, che non sembrano affatto interessate alle problematiche in questione. La comunità cristiana dovrà rassegnarsi a questa situazione sparpagliata, senza riferimenti di sorta alle grandi idee che lo spirito evangelico ha suggerito alla chiesa nel lungo cammino da essa percorso nel trascorrere dei secoli e dei millenni? Le grandi idee sulla dignità incomparabile della grandezza della persona umana, sulla natura singolare dello spirito comunitario riflesso della Trinità nel tempo, sull’idea di servizio e di disinteresse della politica cristianamente intesa, sull’uguaglianza e la partecipazione, sul bene comune come fine ultimo di ogni attività politica e sociale, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla pace come opera della giustizia e della carità. Quella politica che hanno illustrato i grandi maestri del passato e hanno cercato di mettere in pratica cristiani di assoluto valore testimoniale dei decenni trascorsi. Ci si può ancora a lungo contentare di improvvisazioni di politicanti in cerca di consensi venendo incontro alle mode del tempo, non di rado in diretto contrasto con gli insegnamenti del Vangelo e della retta ragione umana? Volere o volare, questa è la situazione in cui vivono in maggioranza i nostri cristiani, senza il minimo rimorso, anzi non di rado prendendo parte attiva a questa deriva paurosa. Alle nostre spalle, per un complesso di circostanze, la maggiore delle quali rimane la mancanza di idee e di volontà, è successo qualcosa di grave, di estremamente grave, che rimane oggi oltremodo difficile riportare alla normalità. Un vero e proprio tradimento di uno dei nostri doveri fondamentali, delle cui conseguenze soffre la nostra società. Rileggere certi scritti, non soltanto riempie l’animo di gioia per la loro bellezza e linearità, ma genera anche nell’animo la tristezza per qualcosa di nostro che è andato, forse irrimediabilmente, perduto.
È in questo senso che riportiamo, finendo, una delle frasi programmatiche più felici e più luminose di Paolo VI nella Octogesima adveniens, a proposito del politico di ispirazione cristiana: “Pur riconoscendo l’autonomia della realtà politica, i cristiani, sollecitati ad entrare in questo campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza fra le loro opzioni e il Vangelo e di dare, pur in mezzo ad un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini”. Chapeau!
Giordano Frosini

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