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Un documento da fare

Una bozza, una lunga bozza da completare nei tanti passaggi che ne compongono l’imponente struttura. Non un documento già definito in tutti i suoi particolari, in attesa soltanto di essere messo in pratica.
Il documento finale del sinodo dei giovani è un documento sui generis bisognoso di ulteriori riflessioni, che chiamano in causa tutti gli interessati sul problema, sempre più complicato, dei giovani. In questo senso, un documento aperto al futuro, quasi infinito che, lasciato così com’è rischia di finire come tanti altri nel nulla o nella indeterminatezza delle affermazioni generiche senza mordente e senza conclusioni di rilievo né nel presente, né nel futuro.
C’è una parte che chiama in causa direttamente i giovani, i diretti interessati, impegnati non soltanto a realizzare quanto è stato elaborato dagli estensori, ma a completare quello che manca alla riflessione e all’analisi di un testo che fa onore a coloro che ne costituiscono gli autori. Ma c’è anche una parte che attende risposte più precise e più concrete ad affermazioni che il documemto ha semplicemente riportato come richieste molto spesso formulate, senza commento, dagli stessi giovani variamente interpellati. È su questo punto che vorremmo insistere in questo nostro intervento.
Prendiamo come esempio quanto viene detto a proposito della liturgia, in cui abbiamo potuto constatare un crescente disagio nella pastorale giovanile. Siamo in possesso di dichiarazioni veramente impressionanti, come, per esempio, quella di ragazze che fingono di partecipare alla messa, assentandosi da casa il tempo necessario per assistere al rito domenicale, ma che riempiono quel tempo in ben altra maniera. Un compromesso tutt’altro che lodevole fra le esigenze della famiglia di appartenza, ma intento anche di una precisa scelta che denota ormai disinteresse e assenza totale di convinzioni. Una specie di pace familiare pagata ad alto prezzo, senza un minimo rimorso di coscienza. Noi converremmo che anche casi del genere e molti altri simili, fossero presi  sul serio  da tutti i diretti interessati. Inutile, anzi dannoso, chiudere gli occhi dinanzi a un fenomeno che diventa sempre più esteso e drammatico. Impossibile oggi cedere all’ottimismo in una prassi che se non denota una totale abiura della fede, assomiglia molto a essa e sembra destinata a essere portata ben presto alle sue conclusioni. Il fenomeno è talmente evidente che soltanto i superficiali e gli ottimisti a oltranza lo possono ignorare. L’attenzione e la preoccupazione dinanzi a un fatto consimile dovrebbe essere ben diverso. Il buon pastore non si dà pace e non dorme di notte.
Riportiamo per questo il testo citato nel documento del sinodo: “In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana in una liturgia fresca, autentica e gioiosa. In tante parti del mondo l’esperienza liturgica è la risorsa principale per l’identità cristiana e conosce una partecipazione ampia e convinta. I giovani vi riconoscono un momento privilegiato di esperienza di Dio e della comunità ecclesiale e un punto di partenza per la missione. Altrove invece si assiste a un certo allontanamento dai sacramenti e dall’Eucaristia domenicale, percepita più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità. In generale si constata che anche dove si offre una catechesi sui sacramenti, è debole l’accompagnamento educativo a vivere la celebrazione in profondità, a entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti” (n. 51).
Parole dure, ma vere, che sarebbe un autentico tradimento se non ci fossero indicazioni adeguate, coraggiose e intelligenti. Comunque l’attesa non può essere vana. Il documento conciliare sulla liturgia fu il primo a essere approvato, semplicemente perché era stato analizzato, studiato, approfondito con più tempo e più amore. I risultati furono semplicemente sbalorditivi ma bisogna riconoscere che lo sguardo era più diretto al passato che al presente e al futuro. È ora che, non dimenticando per niente il ricchissimo passato, si faccia l’inverso. Noi viviamo un profondo cambiamento della storia: categorie nuove si affacciano alla mente, sensibilità bussano alla porta, la modernità fa lezione. Bisogna affidarsi, nelle parole, nelle letture, nelle preghiere, tenendo presenti i segni dei tempi che cambiano sotto i nostri occhi. Soprattutto, salva la sostanza, si lasci più libertà di scelta ai celebranti, ai seggeritori, ai maestri, perché soltanto a questo prezzo le celebrazioni saranno più vive, fresche, attraenti, più interessanti e personali.
Non c’è fretta: le riforme si pagano con la pazienza, la costanza, lo spirito di invettiva, il coraggio, il discernimento comunitario, gli errori anche. L’essenziale c’è in un momento come quello che stiamo attraversando, non ci si accontenti di piccoli compromessi o di soluzioni più o meno scontate, ma si faccia appello a tutte le forze della natura e della grazia, perché la nostra attesa trovi un suo pieno compimento.
Hoc erat  votis. Non deludiamo le attese. Le conseguenze sarebbero disatrose.
Giordano Frosini

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