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La chiesa in ascolto

Un titolo che campeggia all’inizio del documento del Sinodo dei giovani, su cui si sta lavorando a piene mani nelle parti più vive e responsabili della chiesa. L’attesa è intensa, viva, eccezionale, quasi spasmodica, con pochi precedenti nel nostro recente passato: nessuno si attende un documento che si esaurisca in alcune indicazioni generiche, senza il coraggio di entrare nel vivo dei grandi problemi che la preparazione dei giorni passati ha presentato all’attenzione comune.
Il tema dell’ascolto è certamente uno di questi. La chiesa parla, deve parlare, perché ha molte cose da dire, in nome di Dio all’umanità di oggi e di sempre. In particolare deve parlare ai suoi figli per ricordare loro impegni, doveri, fedeltà e collaborazione. Il ruolo di maestra le è stato affidato da Dio ed è parte integrante ed essenziale della sua missionarietà. Ma sarebbe un errore fatale dimenticare che il suo dovere missionario include anche quello dell’ascolto. Potremmo dire in proporzioni più o meno uguali. Il che vuol dire, che in essa c’è molto da cambiare, perché anche a un estraneo è facile rendersi conto che la categoria dell’ascolto non è proprio una delle sue categorie preferite e più esercitate.
Va da sé che è tutt’altro che facile trovare nella vita qualcuno che ti sappia ascoltare sul serio. L’ascolto per essere vero ha bisogno di alcune condizioni tutt’altro che facilmente reperibili: ascolto significa fare silenzio perché la parola penetri nel suo vero significato, significa dare libero corso al pensiero dell’interlocutore perché questo possa passare nell’udito dell’altro nella sua genuinità e verità, eliminando fraintesi, intese di comodo, decurtazioni, significa sbrogliare ogni intromissione perché il messaggio arrivi in tutta la sua freschezza. L’ascolto è sempre un atto morale, una vittoria sull’egoismo. Una qualità talmente rara che, quando si trova, si sente il bisogno di metterlo in luce: “finalmente ho trovato qualcuno veramente capace di ascoltare”. Uno dei migliori elogi che si possa fare a una persona di qualità. Una ricchezza da acquistare piuttosto che un dono della natura.
Ottima la definizione del documento: “L’ascolto è un incontro di libertà, che richiede umiltà, pazienza, disponibilità a comprendere, impegno a elaborare in modo nuovo le rispose. L’ascolto trasforma il cuore che loro vivono, soprattutto quando vi si pone in un atteggiamento interiore di sintonia e di docilità allo Spirito. Non è quindi solo una raccolta di informazioni, né una strategia per raggiungere un obiettivo, ma è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo. Dio infatti vede la miseria del suo popolo e ne ascolta il lamento, si lascia toccare nell’intimo e scende per liberarlo. La chiesa quindi, attraverso l’ascolto, entra nel movimento di Dio che, nel Figlio, viene incontro a ogni essere umano” (n. 6). Addirittura un atto che avvicina a Dio, perché, alla resa dei conti, solo Lui sa ascoltare. La chiesa ha dinanzi a sé un esempio trascendente da imitare.
Anche se vogliamo restringere il campo dell’ascolto da parte della chiesa al mondo dei giovani, esso ha un’estensione impressionante: i giovani devono essere ascoltati. Anzi sono loro stessi a volere essere ascoltati. Se questo è vero, è il Sinodo stesso a trarre una prima considerazione: “Non mancano nella chiesa iniziative ed esperienze consolidate attraverso le quali i giovani possono sperimentare accoglienza, ascolto e far sentire la propria voce. Il Sinodo riconosce però che non sempre la comunità ecclesiale sa rendere evidente l’atteggiamento che il Risorto ha avuto verso i discepoli di Emmaus, quando, prima di illuminarli con la Parola, ha chiesto loro: ‘Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?’. Prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte. Senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione” (n. 8).
Siamo di fronte a uno dei punti nodali del Sinodo dei giovani. I giovani parlano poco di questioni religiose, anzi parlano poco di tutto con gli adulti. Il loro linguaggio si è fatto critico, a loro uso e consumo, ed è molto difficile entrare nel loro mondo per gli adulti, genitori compresi. Una considerazione da non perdere mai di vista, senza facili e comode rassegnazioni. Ma anche la chiesa adulta non è certamente in pari. Fino al punto di non essere capace di manifestare loro il suo disappunto e il suo dolore per la loro perdita, che ha tutta l’aria di non essere affatto provvisoria e destinata a un facile rientro.
Bisogna riconoscerlo: non c’è stato sufficiente dialogo e un impegno adeguato in vista di un incontro efficace. Dovrebbe essere questa una delle decisioni più importanti e impegnative del Sinodo. Una scelta di metodo e di contenuto: un vero e proprio ribaltone, che le nuove scelte in questione dovrebbero rendere evidente e constatabile a tutti. Guai se le nostre decisioni dovessero rimanere soltanto nelle parole. L’auspicio di un possibile futuro ministero dell’ascolto al servizio dell’intera chiesa è un segno che si vuol procedere sul serio.
Giordano Frosini

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