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Il paradosso della tenerezza vince su tutto

E’ inutile girarci intorno. Si può infiocchettare come si vuole o colorare di mille colori, accompagnandolo col suono di altrettante cornamuse: il Natale resta e sarà sempre un paradosso, che urta la ragione e che a dispetto delle apparenze, si conficca come una stilettata dentro la storia del mondo. Per sfuggire al paradosso, si cerca allora di “secolarizzarlo”, riducendolo cioè a una dimensione puramente antropologica o cosmica se volete: il solstizio d’inverno, la luce del giorno che inizia ad aumentare, la gioia della vita che nasce, il desiderio di far festa per dimenticare l’anno che sta alle spalle e aprirci al nuovo; il bisogno di allegria e anche di buoni sentimenti; il desiderio di ascoltar favole che accarezzino le orecchie ed il cuore come ai bambini o il tepore di un focolare che risponda alla ricerca d’intimità e di raccoglimento, mentre fuori fa freddo ed è notte. Tutto bello, per carità, ma il nocciolo del Natale non è lì. Forse anche le dolci tradizioni religiose, alla fin fine possono contribuire ad “addomesticare” il Natale, a togliergli quel che di “scandaloso” e urtante che esso ha.
In effetti, il Natale rappresenta una grande sfida per l’uomo. In un duplice senso. Il primo è che esso afferma non solo l’esistenza di un Dio unico, creatore di ogni cosa e origine della vita, ma che questo Dio si è fatto uomo. E non semplicemente uomo: un bambino. Piccolissimo vagito di bimbo. Impotente, incapace di tutto, bisognoso di tutto. Non potrebbe vivere senza braccia e mani che lo sostengano, senza un petto che lo allatti, senza qualcuno che si prenda amorevolmente cura di lui. Questo dice la fede cristiana; questo il nostro credo. Non è semplice accettarlo. Già è oltremodo difficile all’evoluto uomo contemporaneo ammettere che ci sia un Dio “lassù nel cielo”, perché lo trova inutile, lui che confida piuttosto nella scienza, nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale; lui che si è emancipato dagli dei e si è fatto arbitro e inventore di se stesso, padrone della vita e della morte propria e degli altri. Se dunque già è difficile accettare l’esistenza di Dio, figurarsi se sia mai facile credere in un Dio che si fa uomo; credere cioè che Dio sia entrato nella storia, abbia abitato tra noi, come uno di noi, per liberarci dal peccato e darci la possibilità di una vita nuova; credere addirittura che un piccolo bambino, una piccola indifesa creatura che piange e tende le manine verso di noi, sia il nostro Salvatore. Mentre l’umanità, a prima vista, non pare proprio sia stata salvata. È una bella sfida, non c’è che dire. Un paradosso così o si accetta o si rifiuta; o si crede a questa divina presenza tra noi che cambia il nostro destino oppure niente: è solo favola. Ma a quel punto vale ancora celebrare il Natale?
Come dicevo, il Natale rappresenta una grossa sfida pure in un altro senso. Perché mai Dio avrebbe scelto una strada così strana, fatta di abbassamento, di annientamento, di diminuzione di sé, fino a farsi presente in un bambino indifeso e impotente? Ecco il secondo aspetto della sfida. Se Dio ha scelto questa via un motivo ci deve pur essere. E se questo motivo poi è una questione d’amore, perché, come dice la nostra fede “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”, allora vuol dire che l’abbassamento di Dio indica la strada dell’amore. Quindi che succede? Che se vogliamo amare ed essere salvi, bisogna che anche noi assumiamo questo modo di fare. La via della kenosi di Dio è la via da percorrere per essere uomini capaci di amore. La via che ciascuno di noi deve seguire: quella dell’abbassamento più completo fino all’impotenza addirittura dell’annientamento, perché l’altro viva. Abbiamo voglia di seguire Dio su questa strada che porta alla morte dell’io perché l’altro viva? Che conduce a donare noi stessi per accogliere e servire l’altro, chiunque esso sia? Se sì, allora celebriamo il Natale. Se no, non è roba cristiana.
Fu un bambino piccolo e indifeso quello che nacque a Betlemme duemila anni fa: ma le domande che ci ha posto non sono per niente innocue. Quel bambino attende tutto il nostro amore, ci fa tenerezza e ci commuove ma nello stesso tempo ci interroga e attende risposte.
† Fausto Tardelli
vescovo di Pistoia

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