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La bellezza del servizio politico

Perché i cattolici non amano molto impegnarsi in prima persona per la direzione del proprio Comune e lasciano volentieri ad altri questa incombenza, che pure la democrazia lascia alla portata di tutti? Perché nell’opera educativa in mano ai cattolici, cominciando dalla stessa catechesi, a cui bene o male la partecipazione è ancora assai numerosa, non si parla mai di temi consimili e non si pone all’attenzione dei giovani ascoltatori la possibilità (e anche la bellezza) di gestire in prima persona (o anche in subordine) le piccole realtà politiche di cui è formata e intessuta la struttura giuridica di una nazione? Molte volte chi ha fatto proposte del genere a giovani dotati di tutti i mezzi necessari per simili mansioni ha ricevuto una risposta negativa, senza mezzi termini, come si trattasse di qualcosa di non degno di attenzione e di apprezzamento.
Certo, il discorso non va isolato dal suo proprio contesto, ma va presentato sullo sfondo di una vera e propria formazione politica di ispirazione cristiana, con tutti i suoi ricchi valori e le sue grandi capacità. La politica deve essere presentata come servizio disinteressato fino a diventare un vero e proprio esercizio della carità. In un mondo in cui la politica è mal gestita, l’invito può farsi ancora più suasivo e l’impegno più stringente e più urgente. L’impegno politico può diventare una bellissima esperienza, di cui peraltro nessuno nasconde le crescenti difficoltà. Come ogni impegno specializzato, anche la vocazione al servizio di una comunità civile esige una sua specifica preparazione che può allargarsi il più possibile nel mondo delle scienze e delle conoscenze della realtà. Nessun settore può essere di per sé trascurato, anche se evidentemente non si può pretendere troppo e chiedere l’impossibile. Ma c’è un fondo di preparazione tecnica, un mondo di conoscenze e di esperienze, da cui non si può prescindere. Nella società complessa in cui viviamo, non esiste nessun “mestiere” a basso costo.
Una verità elementare da non dimenticare, perché, purtroppo, non raramente questo succede e ci si avventura in simili esperienze con idee molto sommarie e non bene assimilate, procurando danni piuttosto che benessere ed effetti di crescita e di maturazione. Non si tratta soltanto di riempire delle buche, migliorare la viabilità o fare qualche sortita capace di raccogliere momentanei e sterili applausi, ma di creare o far crescere in tutti i sensi la comunità elettoralmente conquistata, intendendo il termine comunità con tutte le sue fondamentali caratteristiche.
Ed è in questo contesto che si domanda ai nostri candidati una formazione profondamente cristiana, in cui le virtù personali si uniscono alla capacità di tradurre laicamente (la politica è tale per essenza e tale deve rimanere nel suo esercizio) nella società le “virtù” sociali della solidarietà, della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità, della giustizia, del rispetto reciproco, dell’amore per i poveri, che il cristiano ha il dovere di vedere come i privilegiati e di considerare i più vicini alle sue sollecitudini e alle sue cure.
La laicità, anche per il credente, rimane una caratteristica fondamentale e ineliminabile dell’intero processo politico. La città da costruire è la città dell’uomo, non la città o la cittadella cristiana. La politica, come del resto tutte le realtà terrestri, è oggetto di ragione non di fede, anche se ha il dovere di rispettare il valore della trascendenza e la libertà religiosa di tutti i cittadini. Va da sé che i valori umani prima ricordati sono anche valori cristiani (fra i valori umani e i valori cristiani non c’è, di principio, differenza sostanziale), e così la fede conferma e fortifica i valori umani. Non è nemmeno necessario che il politico manifesti chiaramente questa dipendenza: è sufficiente il richiamo della e alla ragione.
Modello e fonte di ispirazione per il politico cristiano rimane Giorgio La Pira, indimenticato e indimenticabile sindaco di Firenze, autore di un progetto di città suggestivo e permanentemente attuale. Una riflessione degna di grande attenzione rimane l’opera di Giuseppe Lazzati, vero maestro del pensiero sociale della chiesa, di cui rimane protagonista attivo il laico che, in quanto tale, vive a contatto diuturno con le realtà temporali. Ma anche il progetto preparato da Dossetti-Ardigò per le elezioni cittadine di Bologna (e quindi mai sperimentato) rimane un documento di notevole interesse dal nostro punto di vista, specialmente per l’elaborazione del concetto di circoscrizione, vero tocco magistrale, che arricchisce e completa il personalismo comunitario, che sostanzialmente rimane la concezione filosofica di fondo del pensiero sociale della chiesa. Tre grandi maestri ingiustamente dimenticati, le cui intuizioni, e soprattutto lo spirito animatore, potrebbero portare linfa vitale alla scarsa attenzione riservata oggi dal mondo cattolico al pensiero sociale in genere e della chiesa in particolare. Più tempo passa e più la ripresa diventa difficile.
Giordano Frosini

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