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Il cristiano e le altre religioni

Con quale atteggiamento il cristiano di oggi vive il rapporto con le altre religioni che il processo di mondializzazione in corso ha portato fino alle soglie delle nostre case? Oltre il problema delle relazioni inevitabili interpersonali, si impone soprattutto il tema non facile del rapporto teologico fra le diverse professioni di fede, non di rado assai distanti fra loro. Non si tratta solo di una questione teorica, dal momento che nel nostro mondo, su uno sfondo dominato normalmente dall’ignoranza, stanno circolando e diffondendosi idee inesatte e del tutto infondate, a volte anche con scopi ben definiti.
Il tema è da tempo all’ordine del giorno della comunità cristiana. In particolare il concilio Vaticano II ha sostato a lungo su di esso dedicandovi, oltre a tanti richiami sparsi qua e là, un intero interessantissimo documento. Oggi la questione può essere trattata con qualche importante approfondimento, collegato soprattutto con l’idea di rivelazione, alla quale si tende a pensare da più parti in termini universali.
Se da un lato non possiamo fare a meno di pensare alla salvezza in termini specificatamente cristiani (Gesù di Nazaret è il salvatore, l’unico e insostituibile), allo stesso tempo ritieniamo che il credente di altre religioni possa salvarsi se rimane fedele ai dettami della coscienza e della religione professata. Un pensiero forte e illuminante, che deve dominare ogni rapporto, sia teorico che pratico, del cristiano con gli appartenenti a qualsiasi altra religione. La tensione drammatica vigente nel passato su questo punto di importanza fondamentale è superata. Alle religioni non cristiane si riconosce la presenza di una rivelazione (parziale) e la qualifica di mediatrice subordinata di salvezza. Anche se la riflessione sta continuando, non è certamente piccola cosa quella che stiamo affermando con l’autorità stessa della chiesa. Il cristiano ne prende atto e agisce di conseguenza.
La linea da seguire è questa. Il cristiano l’accetta dalla sua chiesa e scarta decisamente altre soluzioni senza fondamento, bandite e propagandate da altri anche per interessi pratici. Altrettanto è chiamato a fare il cristiano che, per motivi personali, forse teorici ma il più delle volte di carattere pratico (comprendendovi anche l’ignoranza), è portato a disprezzare o perlomeno a non ritenere degni di stima o meno stimabili, perché di livello inferiore, coloro che aderiscono a religioni non cristiane.
Il momento particolare che stiamo attraversando richiede invece stima e apprezzamento per tutti i credenti del mondo, qualunque sia il loro nome e la loro provenienza. L’espulsione di Dio dalla coscienza degli uomini e dalla società è la causa prima e fondamentale della crisi del mondo attuale, in cui lo stesso uomo ha perduto la sua consistenza e la sua identità. In questa prospettiva di umanesimo ateo, tutti quanti i credenti, dovrebbero sentire il bisogno di riunirsi insieme e insieme, soprattutto con la loro testimonianza, riportare le cose e il mondo a Dio. Una vera e propria fraternità è auspicabile fra tutti i credenti, in particolare fra i seguaci delle religioni monoteistiche che vivono a contatto diretto nel bacino del Mediterraneo e hanno percorso insieme, anche con periodi di incomprensione e addirittura di guerra lunghi e fecondi tragitti di storia. Fratelli è il nostro nome, la convivenza pacifica e costruttiva il nostro programma.
Quante iniziative si possono fare insieme su terreni di comuni interessi che non sono pochi né di poco interesse. Si pensi soltanto alla salvaguardia del creato, alla lotta contro la povertà, all’aiuto ai paesi sottosviluppati. Su questi campi esistono già esperienze significative che fanno ben sperare per il futuro. Saranno particolarmente i giovani a creare fra i diversamente credenti rapporti di amicizia e di collaborazione, in nome degli stessi valori, saldamente fondati sulla fede in un essere supremo che, anche designato con nomi diversi, rimane ugualmente per tutti fondamento di pace e di concordia.
Massimo rispetto poi sia per le persone che per le religioni. Apprezzabile il dialogo e il confronto su temi specificatamente religiosi che serve a chiarire le idee ai singoli dialoganti e ad approfondire i temi dalle due parti. Scambio di vedute non nella confusione o nel pressappochismo, ma nella serietà e nella maturità. Con scambi di pensieri e di concezioni, si possono imparare molte cose da una parte e dall’altra e fare propri atteggiamenti tipici delle diverse professioni di fede. Senza complessi di superiorità. Anche i cristiani in tal modo possono approfondire certe loro convinzioni o maturare idee su temi rimasti fuori dalle proprie riflessioni o non approfonditi a sufficienza.
Confronto aperto poi sul piano dei comportamenti. Il coraggio pubblico dei musulmani, per esempio, per quanto riguarda la preghiera è una vera e propria lezione che fa bene al mondo occidentale, diventato col tempo incapace di dare forma visibile alla propria fede e incapace ormai di pregare pubblicamente e a voce alta. Due atteggiamenti opposti, di cui avvertiamo un vero e proprio complesso di inferiorità.
Giordano Frosini

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