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Umano e cristiano

“In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri”. La parte finale della lettera di Paolo ai cristiani di Filippi, la prima città della Grecia e dell’Europa evangelizzata dall’apostolo delle Genti, offre l’occasione per una riflessione su un tema attualissimo, qual è quello del rapporto fra valori umani e valori cristiani, capitolo fondamentale nel dialogo fra credenti e non credenti del nostro tempo. Un rapporto, si direbbe anche secondo il pensiero dell’apostolo Paolo, sostanzialmente di identità, per cui quello che è umano nel senso vero della parola è anche cristiano, e viceversa. Se fra gli uni e gli altri rimane qualche differenza, questa può riguardare solamente la misura e la profondità (più decisa e più intensa per il cristiano), ma non la sostanza. In realtà è così: il cristianesimo fa suoi i valori umani, ma li trascende, li approfondisce, li porta al loro compimento nell’ordine della grazia e della carità. Li divinizza.
Una conclusione di grande importanza perché permette a credenti e non credenti di parlare lo stesso linguaggio e di collaborare insieme e sullo stesso piano per il bene della società. La solidarietà del non credente, per fare un esempio, è la stessa solidarietà del credente, anche se per questi la fede cristiana aggiunge un “surplus” che salva e completa l’ordine naturale. Ciò va detto anche degli altri valori, sia personali che collettivi e di tutto quello che riguarda l’ordine morale. Si pensi alla giustizia, all’uguaglianza, alla libertà, alla bontà, alla dignità, alla pace, alla compassione, all’aiuto fraterno, all’amicizia e a tutte le altre virtù che arricchiscono l’individuo e qualificano la società.
Tutto secondo l’antico detto: “La grazia non distrugge ma perfeziona la natura”, il principio generale che regola l’intero rapporto fra creazione e salvezza, fra l’ordine naturale e l’ordine sopranaturale. La distinzione va mantenuta per salvaguardare la gratuità del secondo sul primo, ma senza dimenticare che Dio è l’autore dell’uno e dell’altro. Il Dio della salvezza è lo stesso Dio della creazione, alla stessa maniera che il Dio del Primo è anche il Dio del Secondo Testamento. L’affermazione della necessaria discontinuità non dovrebbe mai andare a discapito della altrettanto necessaria continuità. Il rapporto fra i due ordini è quello della continuità nella discontinuità.
Una convinzione che rende possibile, si direbbe normale, il dialogo fra credenti e non credenti e, in parte almeno, la loro collaborazione. Tenendo presente però che il cristiano autentico, esaurito l’impegno umano, avverte nella propria coscienza il richiamo a oltrepassare la linea di demarcazione segnata dalla ragione, fin oltre gli spazi aperti dalla grazia e dalla carità. Il “surplus” della sua fede lo spinge oltre, in regioni non previste e non concordabili con gli uomini, fino ai limiti dell’eroismo.
Una collaborazione, dunque, che non dispensa il cristiano dagli approfondimenti che l’esercizio della fede gli impone sull’esempio di Gesù, l’uomo perfetto, che egli è chiamato a imitare in tutti i suoi comportamenti. Il cristiano è per natura sua sempre oltre: oltre la misura, oltre la giustizia, oltre la normalità, oltre l’ordinario, oltre il naturale. La carità di cui è investito per dono divino il cristiano è senza limiti e senza misura, dono a fondo perduto: come tale, alle stesse condizioni, egli lo restituisce ai suoi fratelli.
Un’umanità vissuta nella sua totalità ma anche aperta al dono totale di sé, sulle vie di Gesù, secondo la nota espressione del concilio Vaticano II, che afferma: “Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa pure lui più uomo”. L’identità del cristiano si spinge a queste profondità. Alla resa dei conti, è come se camminasse sulla storia, nella costruzione di un mondo più che umano. Con gli altri, dunque, ma anche oltre gli altri. Inizia con gli altri, poi veleggia per conto proprio, in un mare in cui gli altri non lo possono seguire.
Questa identità non si improvvisa, ma si prepara nella pazienza, nell’impegno, nell’esercizio ascetico, nella preghiera. Richiesta indistintamente a tutti, solo pochi riescono a raggiungerla in dimensioni visibili. L’esempio di Giorgio La Pira torna di nuovo a proposito. L’ideale del cristiano incarnato in un uomo, in un piccolo grande uomo.
Peccato però che dobbiamo sempre rifarsi a lui (a pochi altri, comunque). Egli dialoga, fa piani in comune, collabora con i non credenti, spingendoli dall’alto della sua superiorità (oggettiva) a compiere quello che la ragione naturale richiede; ma personalmente va oltre, spingendo la sua testimonianza fino alla pienezza della santità eroica. Gli altri lo guardano, lo osservano con la massima attenzione e, se non sono capaci di imitarlo, rimangono colpiti e ammirati, stupiti delle cose straordinarie che succedono quando arriva veramente il Regno.
Giordano Frosini

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