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La scelta dei poveri

Un principio evangelico, su cui si insiste soprattutto dal concilio Vaticano II in poi, continuamente richiamato dall’insegnamento magistrale della chiesa, che ha però sempre bisogno di essere ricordato alla memoria e alla coscienza del popolo cristiano. Giustamente si parla di scelta preferenziale, perché l’amore cristiano è universale e non può permettersi di escludere nessuno. Ma coloro che soffrono, coloro che sono privi del necessario, che non contano nella società e non sono considerati a sufficienza, gli esclusi, gli ultimi, i marginali, in una parola onnicomprensiva i poveri, sono oggetto di particolari cure e attenzioni da parte della chiesa. Una scelta formalmente evangelica, perché durante la sua esistenza terrena, Gesù di Nazaret fu sempre vicino a loro, attento e sollecito alle loro sofferenze e necessità, di cui prometteva la fine nel Regno che stava per venire.
Siamo a uno dei tornanti fondamentali del Vangelo, la cui importanza è particolarmente sottolineata dagli atteggiamenti delle chiese sudamericane, da cui, come si sa, proviene papa Francesco. Se ne ha un ricordo commosso ed efficace nel cosiddetto “Patto delle catacombe”, formulato da un gruppo di padri conciliari di quei paesi che promettevano, come in un giuramento, di essere sempre vicino ai poveri e di rimanere essi stessi con le loro chiese nella più assoluta povertà. Una chiesa povera per i poveri, che si affida solamente alla forza travolgente e divina del Vangelo. Così si è autocompresa e si autocomprende la chiesa di oggi, incluse quelle dell’occidente.
Ma l’impegno è in sé gravoso ed esigente e non sembra aver cambiato a sufficienza il tono e lo stile di vita non soltanto dei fedeli, ma delle stesse chiese di loro appartenenza. È mancata, così sembra, una riflessione seria e spregiudicata sulle conseguenze che una scelta consimile possa portare nella impostazione pastorale delle comunità, gelose custodi della gestione dei patrimoni che la storia ha loro tramandato. Un esame serio della situazione potrebbe portare a conseguenze tuttora inesplorate sul piano delle persone e delle cose. A questo scopo servirebbe un confronto diretto con le chiese del terzo mondo, in particolare con quelle dei paesi sudamericani. Lo scambio di esperienze che si è avuto in questi ultimi anni ha già portato conseguenze rilevanti in certi settori. Ma la ricerca deve continuare con la coscienza di non essere ancora del tutto in pari in un settore così difficile e delicato.
Ma la scelta preferenziale dei poveri mette in discussione anche il comportamento delle famiglie e delle persone che si considerano cristiane. Impossibile tracciare la casistica a cui questa decisione ferma ed efficace può dar vita. Si va dall’incontro personale all’aiuto necessario e immediato, dall’incontro casuale e quasi imposto dalla realtà alla ricerca e all’esplorazione dell’ambiente in cui le povertà si nascondono, dall’impegno diretto e personale all’organizzazione comunitaria, dagli atteggiamenti di pensiero nella scelta politica vera e propria.
Soprattutto su quest’ultima c’è oggi da insistere, perché la prassi ordinaria della nostra gente sembra assai lontana da questi pensieri e da queste preoccupazioni. A giudicare anche dagli effetti, la scelta politica, sia puntuale che sistematica, dipende da varie motivazioni, ma quella della scelta dei poveri non sembra avere molto peso e molta importanza. Entra qui in questione il problema annoso e spinoso della destra e della sinistra, sulla cui natura e sulla cui bontà si continua a discutere, avendo ambedue lati positivi da raccomandarsi e lati negativi da respingere.
È vero che i sistemi economici vengono in qualche modo proposti e quasi imposti dall’alto, ma è altrettanto vero che sono gli elettori a determinare la loro ultima scelta. Ed è altrettanto vero che gran parte di quello che chiamiamo mondo cattolico, nelle sue scelte politiche ed elettorali, tiene presenti molte considerazioni (non di rado futili e inconsistenti), ma o non considera affatto o ritiene di scarso interesse, quelle di carattere economico. Qui le statistiche impietosamente non mentono.
La cosa più preoccupante è che su questioni del genere non si accettano nemmeno discussioni, come se la questione non avesse importanza o, più facilmente, perché la politica si ritiene al di fuori della portata economica. E qui torna fuori l’ignoranza più o meno perfetta, della dottrina sociale della chiesa con le sue aperture e le sue chiusure. Anche di recentissima natura. Una logica conseguenza, questa, della infausta separazione della morale dalla politica, come si è voluto dedurre da certe teorie ereditate dal nostro passato.
Di fatto l’economia mondiale (compresa quella europea) è da tempo sotto il dominio della ideologia neoliberista (erede di un certo capitalismo selvaggio) e il più delle volte, come soluzione provvisoria, rimane soltanto la scelta della persona o delle persone meno compromesse. L’ultima possibilità che resta a disposizione per non tradire i propri convincimenti in attesa e in preparazione di giorni migliori.
Giordano Frosini

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