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Per una chiesa in festa

“Dio ama la gioia dei giovani e li invita soprattutto a quell’allegria che si vive nella comunione fraterna”. Un invito che ritorna spesso nelle parole di papa Francesco a cui ha dato ampio spazio nel documento sulla santità, che abbiamo presentato solo alcune settimane fa. Fra l’altro non si deve dimenticare che il senso e il gusto della festa è un tratto caratteristico della mentalità postmoderna, che ormai si è impadronita della nostra cultura e della nostra mentalità, soprattutto non si deve dimenticare che la gioia è un gigantesco segreto del cristiano, un segno luminoso e inconfondibile del testamento di Gesù: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. La “mia” gioia: papa Francesco commenta. “Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore per offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia”.
Certo, anche la vita del cristiano, come quella di ogni uomo, ha i suoi momenti difficili, ma, nella certezza di essere infinitamente amato dal Padre che mai lo dimentica, egli non perde i punti di riferimento che rendono la vita ancora bella e degna di essere vissuta. La Sacra Scrittura è piena di questi richiami dalle certezze che nascono dalle convinzioni fondamentali della fede cristiana.
Per il dono della grazia, egli fa parte della famiglia divina, è divinizzato, figlio del Padre, fratello di Gesù Cristo, tempio e casa dello Spirito Santo. Una certezza che non viene mai meno, anche dopo gli sbandamenti che punteggiano purtroppo la sua vita e lo portano lontano dalla casa paterna, esattamente come il figlio minore della nota parabola del vangelo di Luca. Consumato il peccato, risollevando la testa, già il salmista pregava: “Rendimi la gioia di essere salvato”. L’essere riammessi nella casa paterna, per di più senza punizioni o rimproveri, è fonte di autentica gioia: la gioia della salvezza ritrovata, del perdono e della conversione riacquistati. Come se nulla fosse successo.
Una gioia che non vive da sola, ma che trova il suo ambiente naturale all’interno di una comunità. Ora il cristiano vive in una comunità di amici e di fratelli ed è con essi che egli è chiamato a far festa. Per essere piena, la felicità ha bisogno di una risonanza, di una condivisione, di una compartecipazione. Felicità fa rima con comunità. Non solo, ma papa Francesco ricorda che “l’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri… Invece, se ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia”.
La gioia è parte integrante dell’evangelizzazione, perché il messaggio di salvezza è di per sé un messaggio di gioia, una lieta notizia appunto. Più volte, anche da cristiani convinti, ci è stato rimproverato di comportarci in modo opposto a quello che dovremmo mostrare in tutti i nostri atteggiamenti: nelle parole che escono dalla nostra bocca, nei lineamenti del volto, negli stessi canti, che di per sé dovrebbero essere un’espressione di giubilo e di vittoria. Per papa Francesco, “Maria che ha saputo scoprire la novità portata da Gesù, cantava: ‘Il mio spirito esulta’”. Soprattutto una gioia che dovrebbe esplodere nelle celebrazioni eucaristiche, riportate in mano ai suoi celebranti. Prendiamo atto che i giovani vanno da tempo ripetendo che la nostre messe sono monotone, stanche, fredde, senza entusiasmo, asettiche.
Addirittura, “ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli e in san Filippo Neri”. Il malumore non ha affatto vita facile nel mondo della santità. E umorismo significa spirito divertente, arguto, brillante, frizzante. Incontrare un santo significa anche incontrare un divertimento, un alleggerimento, un’iniezione di buon umore e di allegria. Almeno ordinariamente, la mancanza di questo spirito è segno di santità incompleta, di qualcosa che è ancora da ricercare e far proprio. La durezza, la severità, la gravità non sono atteggiamenti tipici del cristiano, a cui il lieto annuncio ha cambiato radicalmente la sua vita.
L’ultima parola è la speranza che illumina e rischiara l’intera sua esistenza. E la speranza supera tutti gli ostacoli del presente e del futuro. Anche la morte, l’ultimo nemico, cede il passo alla sua marcia trionfale. Il santo canta anche la morte, il passo doloroso ma necessario per il transito all’eternità. Francesco d’Assisi rimane il prototipo, ma non è il solo a salutare come la benvenuta “nostra sora morte corporale”. Al di là di essa, si stagliano le meravigliose e incantate mura della Gerusalemme celeste, con le porte spalancate sui quattro punti cardinali per raccogliere tutti coloro che vengono dalla grande tribolazione. Tutti. Perché la speranza cristiana è grande come la misercordia di Dio. Infinita.
Giordano Frosini

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