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I giovani e il concilio

Vorremmo sbagliare, peccare di pessimismo, ma il concilio Vaticano II, con le sue grandi intuizioni, i suoi meravigliosi progetti di aggiornamento, anziché tendere al suo compimento, come in molti abbiamo sperato e per il quale abbiamo sofferto e lavorato con passione e generosità in questi ultimi cinquant’anni, sembra allontanarsi progressivamente da noi. Chi ne seguì con amore i lavori durante lo svolgimento e ne salutò la fine col cuore aperto alla speranza, sta soffrendo questa situazione di stallo e di ritorno. E tutto si svolge nel silenzio pressoché generale, quasi nell’indifferenza e nel disinteresse comune.
In particolare è in questione il passaggio dalla chiesa-­gerarchia alla chiesa-popolo, che doveva segnare l’avvento di una chiesa diversa in cui tutti i battezzati erano chiamati a prendere parte attiva nella vita e nella missione della comunità voluta dal suo fondatore. Si cominciò a parlare allora di Sinodalità, che significa “cammino comune”, per dire appunto che la chiesa non è un feudo di qualcuno che può fare e disfare a suo piacimento, ma una comunità che pensa, decide e agisce insieme. Una rivoluzione Copernicana, fu detto, perché finalmente si riconosceva a tutti gli effetti che i cristiani sono un popolo sacerdotale, profetico e regale e che quanto veniva normalmente fatto da una persona sola ora diventava un compito di tutti.
Certo, diverse sono le mansioni che spettano ai singoli componenti la comunità: la chiesa è un popolo differenziato, esattamente come avviene nel corpo umano, dove ogni membro esercita la sua funzione specifica e insostituibile, ma è un popolo totalmente attivo, perché se viene meno qualche sua parte, anche apparentemente di secondaria importanza, è l’intero organismo che ne soffre le conseguenze e non riesce a raggiungere gli effetti che ci si prefiggevano.
Così stante le cose, se in una chiesa c’è uno soltanto che pensa e decide non si deve parlare di bravura o di perizia, ma riconoscere semplicemente che in questo modo viene eliminata la comunità come tale, tornando così, volendo o non volendo, ai vecchi schemi preconciliari. Nessuna benemerenza, allora, ma soltanto un addebito tutt’altro che di poca importanza. Certo, il popolo va educato con pazienza e intelligenza: non si vincono in poche battute atteggiamenti di passività rimasti in vigore interi secoli, ma chi non si è scoraggiato per le difficoltà incontrate, un qualche buon risultato l’ha ottenuto. Continuando con lo stesso impegno, le cose potranno andare sempre migliorando.
Veramente è molto strano che per la realizzazione del concilio (quello della sinodalità non è purtroppo l’unico punto deficitario), ci si rivolga ai giovani che non ne hanno conosciuta direttamente la storia. Comunque un invito fiducioso perché i giovani suppliscano col loro entusiasmo e la loro freschezza agli errori alle insufficienze degli adulti. Il passato ormai è passato: il presente e il futuro appartengono soprattutto a loro. I problemi che essi devono affrontare per creare un mondo futuro migliore di quello che stiamo lasciando loro sono molti e di una gravità eccezionale, ma ai giovani di fede cristiana viene chiesto anche di prendere parte attiva al rinnovamento della chiesa sulla linea del concilio Vaticano II. Un debito dovuto alla storia che stiamo pagando a caro prezzo.
Non solo c’è da riprendere in mano i testi conciliari, ma si avverte il bisogno di un aggiornamento di quanto fu detto e scritto più di mezzo secolo fa. Lo stesso sinodo dei giovani ha bisogno di essere concretizzato con iniziative chiare e decise; altrimenti rischia di rimanere a livello teorico ed espositivo, come non pochi temono. Una fine ingloriosa che tanta fatica profusa nella sua preparazione e celebrazione proprio non merita.
Si pensi soltanto al problema della messa, che i giovani (e non solo) giudicano senza interesse e senza capacità di far presa sul loro animo. Il primissimo documento che apriva le riflessioni sul sinodo prendeva atto di questa situazione, sembrava farla propria, ma poi si lasciavano le cose al loro punto di partenza. Eppure la continua diminuzione del numero dei partecipanti è considerato come l’indice più preoccupante della crisi religiosa giovanile. È proprio il caso di riprendere in mano la situazione, ridiscuterne a fondo e aprire vie nuove, genericamente parlando in nome della libertà, che salvi l’atto di culto dalla ripetizione e dal disinteresse. Il documento sulla liturgia fu il primo a essere approvato nel concilio, perché era stato lungamente preparato in precedenza, soprattutto sulla base dei testi antichi. Ora ci richiede un passo in avanti. Dicevamo in nome della libertà, che ci risulta sia stata già scelta responsabilmente a livello parrocchiale. Un’operazione in cui i giovani dovrebbero essere interpellati e coinvolti per primi.
Giordano Frosini

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