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La santità uguale e diversa di papa Francesco

Il documento Gaudete et exsultate, l’Esortazione apostolica di papa Francesco “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” merita più attenzione di quanta ne abbia finora avuta. Semplice ed essenziale, dal tono suasivo quasi autobiografico, il testo non tralascia niente di quanto è necessario in trattazioni del genere, ma presenta alcune caratteristiche particolari, fra le quali fa spicco una costante tipica del magistero di papa Francesco: la dimensione storico-sociale anche della santità.
Presentata attraverso il testo delle beatitudini, la santità ha il suo punto nevralgico nella beatitudine della misericordia, ripresa e commentata da Mt 25, con le conclusioni che tutti conoscono bene. “Se cerchiamo quella santità che è gradita a Dio, in questo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati” (n. 95). Letto in tutta la sua profondità, il testo matteano non è più soltanto un invito alla carità, ma, come aveva già affermato Giovanni Paolo II, “una pagina di cristologia che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo”. Parole forti, che imprimono alla cristologia un significato così sconvolgente che essa non è riuscita ancora a fare proprio. Il povero non solo rimanda al volto di Cristo, ma è per l’esattezza lo stesso volto di Cristo.
Quanto segue va visto in questa logica. Il culto e la preghiera vanno valutati in rapporto alla dedizione verso i fratelli. “Il modo migliore per discernere se il nostro cammino di preghiera è autentico, sarà osservare in che misura la nostra vita si va trasformando alla luce della misericordia. Perché la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”. Parole nuove che discendono dalla concezione della misericordia che per il papa rimane l’attributo fondamentale di Dio. Dio è anzitutto, e soprattutto, misericordia. Essa è “l’architrave che sorregge la vita della chiesa”, “la chiave del cielo”, così che “la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli”.
Dobbiamo prenderne atto: questa è la teologia di papa Francesco che nell’epoca post-moderna che noi stiamo vivendo trova il suo terreno propizio e naturale. Un pensiero che l’attuale pontefice ripete continuamente nei suoi documenti, nei suoi discorsi, nelle sue catechesi e che la comunità cristiana dovrebbe fare suoi, perché si tratta di uno dei grandi insegnamenti della Bibbia, primo e secondo Testamento, attualizzato dallo Spirito Santo attraverso il magistero della chiesa.
La citazione di san Tommaso d’Aquino, fatta propria a questo punto da papa Francesco, è un’autorevole conferma d questi pensieri. Alla domanda su quali sono “le nostre azioni più grandi, quali sono le opere esterne che meglio manifestano il nostro amore per Dio”, il Dottore Angelico risponde testualmente: “Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo; egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo”.
Un pensiero chiaro anche a santa Teresa di Calcutta, che si esprime da un altro punto di vista. “Sì ho molte debolezze umane, molte miserie umane. Ma lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri”. Noi siamo la misericordia di Dio. Per dimostrare la sua infinita misericordia, Dio non ha altri mezzi che noi. I nostri pensieri, i nostri atteggiamenti, i nostri sacrifici sono il modo normale con cui Dio si avvicina all’umanità. Il miracolo siamo noi, le mani di Dio siamo noi.
Il mondo va cambiato, perché vive nell’ingiustizia e nella carenza di amore. E tutto per il cristiano deve convergere verso questa sempre possibile e necessaria mutazione, anche la nostra preghiera, il nostro culto, la santità, la stessa evangelizzazione possono e devono tendere a questa finalità. Pensieri che urtano frontalmente col consumismo edonista tipico del nostro tempo. È la parola fine posta al cristianesimo di tipo borghese. Papa Francesco è coe-rente con se stesso e i suoi principi ispiratori. In particolare con la virtù fondamentale della misericordia, che rimane il tratto più caratteristico del suo magistero e il segno dei tempi più importante della nostra epoca.
Papa Francesco è riuscito a dare un’impronta caratteristica al suo pontificato. Il suo è e rimarrà il pontificato della misericordia, la virtù di cui l’uomo ha da sempre più bisogno.
Giordano Frosini

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