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Il cristiano e la libertà

Con certezza, nei tempi moderni, non c’è una parola tanto usata quanto quella di libertà. In qualche modo, essa definisce, almeno in occidente, l’uomo di oggi, quello nato dalla rivoluzione francese e dall’ideologia che la sostentava. “Liberté, fraternité, egalité” è il trinomio che segnò l’inizio e guidò il cammino dell’insurrezione parigina, dalla quale gli storici senza distinzione sono abituati a dare inizio all’era moderna. Una parola sacra per la cultura, laica, ma anche il cristiano ha qualcosa da dire su di essa. Intanto, come avvertì almeno due volte in terra francese Giovanni Paolo II, si tratta sostanzialmente di un trinomio di origine cristiana. Si possono citare a questo proposito diversi testi scritturistici e soprattutto ricordare il contributo dato dai cristiani per il superamento della schiavitù e di ogni condizione servile; una lotta, fra l’altro, che non ha mai raggiunto il termine, perché forme di schiavitù si sono succedute, sia pure con modalità e terminologie diverse, fino ai nostri giorni. Tutto sommato, però, al papa polacco non si può non dare ragione.
La storia frattanto dimostra che il trinomio mantiene la sua esistenza e la sua coesione finché è stato retto dalla parola centrale “fraternité” che, anche per il posto mediano che occupa, appare come la chiave di volta che sostiene l’intera costruzione. Quando però, venendo meno le motivazioni religiose nelle nostre società secolarizzate, si perse il senso vero della fratellanza, le cose cambiarono radicalmente.
Così la terza parola, “egalité”, perse integralmente il suo significato, dando luogo a sperequazioni, disuguaglianze non soltanto in campo economico, disparità, che l’attuale sistema economico-finanziario non fa che incrementare in continuità, arrivando a punte non soltanto scandalose, ma fuori di ogni ordinamento minimamente razionale e diventando una vera e propria minaccia della pace sociale e internazionale.
Per parte sua, la secolarizzazione estrema della libertà ha prodotto nel suo campo effetti ugualmente disastrosi. La libertà è degenerata in libertarismo, ove il suffisso “ismo” indica esagerazione, esasperazione, eccesso, squilibrio, dissesto vero e proprio. La libertà che perde se stessa fino a diventare una nuova forma di schiavitù, questa volta non di altri, ma di se stessi, dei propri egoismi, delle proprie soddisfazioni personali, dei propri interessi. Quando diventa egocentrica, la libertà cessa di rimanere tale e perde se stessa, sommersa e affogata nelle proprie soddisfazioni personali. Fra libertà ed egoismo non c’è un semplice passaggio, ma una vera e propria interruzione.
In un suo testo famoso, l’apostolo Paolo sembra riassumere in poche battute questa lunga storia, che è storia di sempre e non soltanto di oggi. Scrive nella lettera ai Galati: “Voi infatti, fratelli siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il tuo prossino come te stesso”.
Un testo che rimette le cose al loro posto. La chiave di volta del nostro trinomio è richiamata in vita e collocata al suo posto addirittura nella sua forma più alta e sublime, quella della carità, che rimane l’essenza del cristianesimo e che restituisce ad abundantiam quello che loro spetta all’uguaglianza e alla libertà. Se si è fratelli, figli dello stesso padre, e tali ci si sente, non si può essere che sostanzialmente uguali. Solo così, nel superamento delle molteplici, quasi infinite, ramificazioni dell’egoismo (è questo l’autentico significato della parola “carne”), si raggiunge veramente il traguardo della libertà. La vittoria su se stessi è la più difficile e la più costosa. Non è niente la rinuncia alle cose esterne in confronto della rinuncia a se stessi, ai propri interessi, ai propri punti di vista, al proprio ego eretto a signore e dominatore assoluto della propria vita. Per questo l’apostolo dei lebbrosi, R. Follerau pregava e insegnava a pregare: “Liberaci da noi stessi”.
La libertà cristiana passa per questa strada e proprio perché si tratta di percorsi difficili, essa è così rara nelle nostre società, purtroppo anche nella chiesa. Soltanto a queste condizioni, il trinomio della modernità può ritornare a vivere e prosperare. Gli psicologi parlano di libertà da e di libertà per. Un vero e proprio gioco di sostituzione. La negazione non è fine a se stessa, ma è legata a una scelta positiva. È proprio questo il ritmo della libertà: abbandono di se stessi per l’altro, per gli altri, passaggio dall’egoismo all’altruismo, uscita dai propri confini per l’inoltro disinteressato nelle terre altrui. L’apostolo Paolo non poteva essere più chiaro nelle sue parole.
La libertà è sinonimo di carità, voce dell’amore, chiamata di servizio. In questo senso l’ha vissuta Gesù, uomo libero per eccellenza: uomo totalmente per gli altri, che vive la sua vita come dono, che non lascia niente per sé, ma si apre ai bisogni e alle sofferenze di tutti. La vera libertà è la santità consumata.
Giordano Frosini

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