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L’eredità di don Frosini

Giordano Frosini è tornato alla casa del Padre. Ha concluso la sua vicenda terrena a 92 anni, combattendo fino alla fine, certamente molto provato nel fisico, ma non fiaccato nella mente e nella volontà. Frosini è stato direttore di questo giornale per oltre 32 anni, ne ha caratterizzato l’originale linea editoriale, ha ricontrollato, anche in questi ultimi mesi, ogni pagina; ogni settimana ha redatto, con grande passione, gli editoriali in prima pagina. Un impegno costante – apprezzato ed atteso – che gli permetteva di stare sempre in prima linea, di fronte alle sfide più urgenti del tempo, sorretto dalla luce dei grandi testi del Concilio e animato dall’amore per la Chiesa. Una Chiesa da educare, sollecitare, pungolare continuamente perché si immettesse senza indugio sulle strade del Regno. Ancora un’ultima volta ci piace lasciare alle parole di monsignor Frosini la prima pagina del settimanale, riproponendo un editoriale dell’11 marzo 2012  che ci sembra appropriato per consegnare ai lettori il suo estremo saluto.

Il Concilio, testo unico di conversione

Unico per tutti. Nel concilio è lo Spirito Santo che ha parlato alla chiesa, attualizzando al presente l’antica parola che Dio ha detto all’umanità e che ha lasciato nelle nostre mani. Per la sua ricchezza, il Vaticano II ha parole di vita per tutti, nessuno di coloro che compongono il popolo di Dio è escluso dalla sua attenzione. Esso chiama alla santità i ministri ordinati, i religiosi, i laici; chiede la riforma delle strutture per allinearle alle indicazioni del Vangelo e, insieme, allo spirito del tempo; indica perentoriamente le vie della sequela di Gesù, maestro e co-fondatore, con lo Spirito Santo, della chiesa. Uno sguardo onnicomprensivo, che giace da tempo (sono trascorsi quasi cinquant’anni) sotto i nostri sguardi alquanto pigri e disattenti.
“Questo oggi lo Spirito domanda alla sua chiesa”. Eppure l’attenzione è stata limitata, l’attuazione è stata lenta, sospesa e ammezzata, il richiamo disatteso. Di parole e di discussioni se ne sono fatte tante, quasi fino alla noia, ma la pratica non è stata alla loro pari. Papa Giovanni, il papa del concilio, inaugurandolo, l’aveva salutato come una rinnovata pentecoste, una nuova discesa dello Spirito Santo, l’inizio di una chiesa veramente alternativa, finalmente riscattata dai suoi anacronismi e dalla polvere dei secoli. Ma il mattino del giorno nuovo non ha avuto il seguito che si sperava.
Ricordiamo ancora l’ultima pubblicazione di un vero maestro della chiesa attuale, il card. Walter Kasper, il quale, ricordando il grande avvenimento, ha detto con la forza che gli viene anche dalla sua posizione, che “la storia della ricezione del concilio è ben lungi dall’essere giunta alla sua conclusione”, che “il potenziale del concilio per quanto riguarda il futuro è ancora lontano dall’essere esaurito”. Una constatazione e un rimprovero che ci raggiungono tutti, nella posizione da ciascuno occupata all’interno della chiesa. Un richiamo che si allinea a tanti altri e che non possiamo disattendere.
E dire che il concilio, oltre che un punto di arrivo, sognato e desiderato dai grandi spiriti del passato, era stato anche considerato come un punto di partenza, un impulso per nuovi sviluppi e nuovi itinerari spirituali. Gli anni passano inesorabili anche per le opere di Dio, tanto che da tempo si sta pensando a un nuovo concilio. Ma ha senso rimandare la riforma dei cristiani e della chiesa a un futuro aleatorio, quando ancora non si è stati capaci di mettere in pratica quanto è stato deciso nel passato?
Ci sono dei punti in particolare che attendono ancora di essere pienamente accettati e tradotti nella realtà. C’è la povertà della chiesa che non ha trovato ancora echi sufficienti nei nostri pensieri e nei nostri atteggiamenti. C’è l’uguaglianza del popolo di Dio, che rimane uno dei punti essenziali della riforma conciliare, ma che non riesce a superare i privilegi del passato, l’uso dei titoli, che urtano contro le stesse parole di Gesù, lo sfarzo delle vesti e delle cerimonie sontuose. C’è l’affermazione della partecipazione e della corresponsabilità che attende ancora la sua piena realizzazione. Ci sono i laici che chiedono che venga loro restituito quanto è stato loro tolto…
Ogni pagina posta alla nostra attenzione è un invito al cambiamento, alla conversione, a vivere responsabilmente l’ora solenne e impegnativa che stiamo attraversando. Quanto l’innegabile crisi, che in certi casi sembra quasi sommergerci, non dipende anche da noi, dai nostri ritardi, dalle nostre insufficienze, dalla nostra quasi inguaribile indolenza? La crisi non aspetta, esige risposte immediate da parte dei singoli e dell’intera comunità. Il nostro non è un tempo normale, nel quale si può anche procedere con lentezza e comodamente. Il nostro è un tempo straordinario, un tempo in cui si giocano i destini del presente e del futuro, un tempo che porta con sé tutti i caratteri delle grandi svolte della storia. La risposta dovrebbe essere immediata, generosa, totale, onnicomprensiva. Domani potrebbe essere già tardi.
Ne è coinvolta la sostanza, ma insieme ne sono coinvolte le stesse apparenze. è infatti sulla base di queste che noi veniamo continuamente giudicati. E il giudizio non è affatto benevolo, come, del resto, non è nemmeno benevolo il giudizio del Vangelo.
C’è qualcosa da lasciar perdere senza rimpianti, c’è molto da ricercare e fare nostro. Nelle grandi svolte della storia, guidata dallo Spirito Santo, la chiesa ha saputo fare passi decisivi, veri salti dialettici, per la sua vita e la sua evangelizzazione. Cosa ci manca oggi per fare altrettanto?
Giordano Frosini

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