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Il coraggio di educare. Esiste davvero l’emergenza educativa?

Si parla spesso, oggi, di “emergenza educativa” L’espressione sembra supporre che i giovani del nostro tempo vivano una situazione di eccezionale sbandamento. A questo si riferiscono anche molte inchieste che affrontano, in toni drammatici, i problemi della condizione giovanile. Ma è veramente così? Ricordo che qualche anno fa, in una tavola rotonda sui problemi giovanili, uno dei partecipanti lesse un testo che descriveva una situazione drammatica: i giovani avevano perduto il senso dei valori, non c’era più rispetto per nulla di ciò che la tradizione aveva custodito come sacro, il dialogo tra padri e figli sembrava interrotto… Tutti pensavamo che fosse l’ultima indagine sociologica elaborata da qualche istituto specializzato. Al termine della lettura, il relatore si fermò un istante. Poi, con un sorriso, disse: «Questo documento viene dall’Alto Egitto e risale all’inizio del secondo millennio a.C.». In realtà, la nostra tendenza a demonizzare il nostro tempo come se fosse il peggiore e a rimpiangere il passato è tipica di ogni generazione, specialmente in un’epoca di forte e rapida transizione come quella in cui viviamo. Ma non dobbiamo cedere alla tentazione: i giovani sono sempre stati problematici, e quelli con cui abbiamo a che fare non sono probabilmente peggiori di quelli che li hanno preceduti. E allora? Non ha alcun senso parlare di “emergenza educativa”? Non dico questo. È vero che ci troviamo di fronte a una situazione educativa particolarmente difficile. Ma l’emergenza è, se mai, dal lato degli educatori. Siamo noi adulti che ci troviamo in serie difficoltà. I genitori, gli insegnanti, i sacerdoti delle epoche precedenti avevano ‑ anche se in modi e con contenuti spesso discutibilissimi, che non è il caso di rimpiangere ‑ una pratica educativa e dei valori in base a cui educare. La nostra generazione è forse la prima, da molto tempo, che non sa più bene che cosa dire ai propri ragazzi, né come dirlo. Non sa più educare. Si ha a volte addirittura l’impressione che non ci tenti neppure. L’insidia del silenzio Qualcuno potrebbe far notare che oggi, a differenza che nel Sessantotto, non assistiamo più a episodi di chiassosa contestazione degli adulti da parte dei giovani. Perché dunque allarmarsi, visto che spesso i giovani, ormai, lasciano ai loro genitori e ai loro docenti l’ultima parola, senza ribattere? Ma è proprio sicuro che la fine del conflitto tra le generazioni sia un buon segno? Esso, in definitiva, era comunque un modo per mantenere un rapporto, sia pure problematico. Finché c’è il conflitto si è in qualche modo costretti a misurarsi reciprocamente e a dialogare. La fine delle discussioni tra padri e figli, tra docenti e alunni, potrebbe anche essere il segno di una rinunzia da parte dei giovani a tentare di farsi capire. Di fatto si registra in molti casi un loro ripiegare sul mondo dei propri pari, in un giro di confidenza che esclude i “grandi” ‑pur dando loro atto del loro affetto‑ perché si dispera di essere veramente ascoltati e capiti. In questi anni sono state innanzitutto le famiglie e la scuola a registrare questo scollamento. Ci sono volute le immagini degli episodi di bullismo, riprese dagli stessi protagonisti con i loro telefonini e diffuse su youtube, per far emergere in piena luce quello che, sotto la superficie di un’apparente tranquillità, stava accadendo ai nostri giovani. Come è possibile ‑ci si è chiestoche in un’aula scolastica possano accadere cose simili? A che punto di degrado è sceso il prestigio di insegnanti che non riescono ad evitare, o sono addirittura vittime, di queste inaudite scene di violenza? E, strettamente associata a queste, è sorta spontanea la domanda riguardante l’educazione familiare: ma cosa hanno trasmesso in casa i genitori a dei ragazzi che, fuori, si comportano così? La cassa di risonanza mediatica non ha fatto che portare sotto gli occhi dell’opinione pubblica quello che da tempo era percepito con chiarezza dagli educatori. Il diffondersi di agenzie educative (che a volte risultano dis‑educative) ‑in primo luogo la televisione e internet‑, al di fuori delle tradizionali comunità educanti, ha rotto i tradizionali equilibri su cui si reggevano da tempo immemorabile i processi di formazione della personalità. L’incidenza della famiglia e della scuola, che era determinante, è diventata improvvisamente minoritaria rispetto a quello che già il bambino e poi l’adolescente assorbono prima dai programmi televisivi e poi, appena un po’ cresciuti, dalla frequentazione di Facebook. Lo sviluppo di un mondo parallelo, in cui già i pre‑adolescenti (dai dieci ai quattordici anni) e poi gli adolescenti (un tempo fino ai diciotto: ma è una fase della vita ormai sempre più prolungata), elaborano dei loro codici, incomprensibili agli adulti, dei loro miti, estranei al modo di vedere dei loro genitori e dei loro insegnanti, dei loro stili di vita, radicalmente trasgressivi rispetto alle regole che questi vorrebbero trasmettere, non è solo un rischio, ma, per certi ambienti, un dato di fatto. Sono i vescovi italiani a notare che oggi «le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed estranei». Basta leggere l’impressionante libro‑inchiesta di Marida Lombardo Pijola, “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi”, per rendersi conto della gravità del fenomeno. È chiaro che non tutte le dodicenni fanno le cubiste e non tutti i tredicenni sono coinvolti in comportamenti semi‑teppistici, come i protagonisti di cui il libro raccoglie le testimonianze. Ma quando l’autrice, nella sua Introduzione, parla di ragazzi che fin da Scomunicazione» e che rivelano il loro vero volto «nella piazza virtuale, su internet, dove si espongono ogni giorno senza lo schermo del pudore», avvertendoci che «è lì, in rete, che loro stessi rivelano la propria doppia vita, oltre lo schermo di omertà che oppongono agli adulti, così da restituirci personalità, abitudini, linguaggi quasi completamente sconosciuti ai genitori, agli insegnanti», non è necessario ipotizzare le forme più estreme di trasgressione per riconoscere in questo ritratto quello di tanti nostri ragazzi. I problemi educativi dell a comunità cristiana Un ruolo fondamentale, nell’ambito educativo, ha certamente la Chiesa. Troppo spesso, però, essa oggi essa dà l’impressione di battagliare sui progetti di legge che sanciscono la decadenza spirituale ed etica della nostra società, piuttosto che puntare sulla formazione delle coscienze per indurle a non soggiacere ai falsi miti dominanti. Sembra quasi, per esempio, che lo sforzo per non far passare i cosiddetti “Dico”, che legittimerebbero la famiglia di fatto, sia maggiore di quello che effettivamente viene condotto quotidianamente per educare a un autentico senso del matrimonio attraverso una formazione permanente dei fidanzati e degli sposi, e non solo con gli attuali episodici corsi prematrimoniali. Ora, lavorare a rafforzare le dighe non basta, se si trascura l’impegno di canalizzare le acque. Le dighe finiscono prima o poi per crollare, sotto l’impeto della piena, se non si regola il corso del fiume. Colpisce il fatto che nel libro “Ho 12 anni sono una cubista mi chiamano principessa” non si faccia neppure una volta riferimento alla dimensione religiosa e a quella ecclesiale. È come se i ragazzini le cui voci sono state, sia pur liberamente, registrate nel testo non percepiscano neppure l’esistenza di questa realtà educativa. Ma c’è da temere che, se pure testimonianze in proposito ci fossero state, il loro tono non sarebbe risultato molto diverso da quello che caratterizza le altre, riguardanti genitori e insegnanti. Precisamente la preadolescenza è la fase della vita dei nostri ragazzi in cui la maggior parte di essi si distacca dalla pratica religiosa, dopo avere ricevuto il sacramento della cresima. E questo la dice lunga non tanto sul momento del distacco in quanto tale, ma del rapporto che essi hanno instaurato precedentemente, negli anni di catechismo pre-comunione e pre‑cresima, nella frequenza, insieme ai genitori, alle celebrazioni eucaristiche domenicali, insomma nel loro rapporto con la comunità ecclesiale. Vero è che ormai diventa sempre più facile incontrare giovani che non hanno mai avuto una simile frequenza: figli di genitori “lontani” dalla Chiesa, non hanno mai seguito il catechismo né fatto la prima comunione e non conoscono nemmeno le più elementari nozioni della dottrina cattolica. Alcuni ormai non sono nemmeno battezzati. Ma questo non diminuisce, anzi accresce la sensazione che la comunità cristiana stia diventando incapace di esercitare una reale influenza educativa sulle nuove generazioni. Ormai, tra frequentanti delusi e non frequentanti, la maggior parte dei giovani vive in una condizione di estrancità rispetto al mondo spirituale, etico, culturale della Chiesa. Anche qui le eccezioni, per fortuna, non mancano. In tanti gruppi e movimenti ecclesiali, nell’Azione cattolica, si registra una fortissima presenza giovanile. E in essi il ruolo dell’educazione è determinante. Resta il fatto che, rispetto alla popolazione giovanile, si tratta di una minoranza. Consistente, qualificata, ma pur sempre una minoranza. E, nella nostra società secolarizzata, gli altri, i ragazzi e le ragazze che non fanno parte di nessuna forma associativa cattolica, non vivono più neppure, come fino a pochi decenni fa accadeva, dei riflessi indiretti di una vita collettiva improntata alla sensibilità religiosa. Né bisogna lasciarsi illudere dalla massiccia partecipazione giovanile a grandi eventi di massa, come le giornate mondiali della gioventù. Senza nulla togliere al valore di questi appuntamenti, è importante rendersi conto che essi non costituiscono una prova dell’adesione interiore delle nuove generazioni al messaggio evangelico. Masse analoghe, spesso formate dalle stesse persone, si radunano, con altrettanta commozione e con altrettanto entusiasmo, anche in altre occasioni enfatizzate dai mass media, come è avvenuto in passato per i funerali di Lady Diana e più recentemente per quelli di Michael Jackson. La ricerca di sempre nuove esperienze rende i giovani molto più presenti protagonisti che in passato, ma, contemporaneamente, li fa essere anche meno disponibili a un’adesione piena e a un impegno radicale in un senso o nell’altro. Nella tensione spasmodica a “esserci”, finiscono per non curare più il loro “essere” e per non riuscire più a identificarsi chiaramente e coerentemente come cristiani o qualunque altra cosa. Ciò che sembra essere del tutto “passato di moda’, nelle nostre comunità ecclesiali, è quel tipo di educazione che fino ad alcuni decenni fa si realizzava attraverso un rapporto personale, o nel sacramento della riconciliazione, o nella cosiddetta “direzione spirituale”. Dei tantissimi che si accostano alla comunione, ben pochi sembrano interessati a passare attraverso la “confessione” dei propri peccati. E ancora meno sono coloro che sentono l’esigenza di rivolgersi a un presbitero o a un laico maturo per aver un punto di riferimento nel loro cammino spirituale. Chi ha dei problemi e vuole che qualcuno lo ascolti, va dallo psicoanalista, non dal confessore. Col risultato, però che, così come prima c’era il rischio di misconoscere la dimensione psichica, appiattendola su quella spirituale, oggi si corre il rischio opposto e la ricerca del benessere psicologico sembra aver sostituito, per molti, quella della virtù e della santità. Nella prospettiva della vita ecclesiale ciò ha una ricaduta particolarmente evidente nell’eclisse dell’idea stessa di “vocazione” ‑ sia al sacerdozio o alla vita religiosa, che al matrimonio e alla genitorialità. Senza un’educazione adeguata non si realizza quella maturazione che è la condizione per una effettiva unità interiore e neppure la si cerca. E senza questa unità non si possono fare scelte che impegnino fino in fondo per tutta la vita.

di Giuseppe Savagnone

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