Eventi

Rassegna Teologica

i linguaggi del divino

rassegna teologica sulla Evangelii Gaudium

nel trentennale delle settimane teologiche pistoiesi

INCONTRI – EVENTI – SPETTACOLI

Ottobre-Dicembre 2017

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La Settimana teologica giunge quest’anno alla sua trentesima edizione. ‘Inventata’ con lungimiranza da Mons. Giordano Frosini, è stata da lui portata avanti con impegno fino ad oggi. Si tratta di un patrimonio importante della Chiesa pistoiese che non solo non può venir meno, ma che deve essere sempre più valorizzato e apprezzato. Per questa ragione nell’anno di Pistoia capitale italiana della Cultura la nostra Settimana teologica si presenta con un’edizione speciale e interamente rinnovata. Più che a una ‘settimana teologica’ si è dato vita a una ‘rassegna teologica’ che si svolgerà tra ottobre e dicembre 2017 e che intende rivolgersi non soltanto alla chiesa pistoiese, ma all’intera città. Anche per questa ragione la sede degli incontri non sarà principalmente in seminario, bensì in luoghi più ‘laici’, spaziando dalla sala maggiore del Comune all’antico palazzo dei vescovi.

Le classiche conferenze di carattere teologico saranno accompagnate da altri appuntamenti che hanno una fisionomia più culturale, artistica e musicale. Ecco perché questa ‘rassegna teologica’ è intitolata “I LINGUAGGI DEL DIVINO, rassegna teologica sulla Evangelii Gaudium nel trentennale delle Settimane teologiche pistoiesi”.

Il tema dunque è la Esortazione apostolica considerata dal Papa il suo manifesto programmatico, affidata in modo speciale alla chiese che sono in Italia nell’ultimo Convegno ecclesiale di Firenze. Riprenderemo il tema della gioia del Vangelo, della riforma della Chiesa in senso missionario auspicata dal Papa, riflettendo sui verbi tipici della Esortazione apostolica: uscire, annunciare, educare, abitare, trasfigurare.

Credo che ogni presbitero o diacono, come pure ogni laico che intenda vivere appieno la sua appartenenza alla Chiesa, come pure ogni uomo e donna che voglia avvicinarsi a una riflessione teologica non astratta ma calata nel contesto del nostro vivere quotidiano non possa fare a meno di partecipare.

Mons. Fausto Tardelli

Vescovo di Pistoia

OTTOBRE

Lunedì 2 ottobre

ore 17,30       Sala Maggiore del Palazzo Comunale

Un nuovo linguaggio Ecclesiale (EG 27)

S.E. Mons. Nunzio Galantino, segretario CEI

Giovedì 5 ottobre

ore 17,30       Sala Sinodale Antico Palazzo dei Vescovi

Nuovi linguaggi per comunicare (EG 20)

Mons. Dario Viganò, Prefetto della Segreteria

per la Comunicazione della Santa Sede

Domenica 8 ottobre

ore 16,30          Chiesa di San Francesco d’Assisi

Orchestra Esagramma

Concerto

Venerdì 13 ottobre

ore 17,30       Sala Sinodale Antico Palazzo dei Vescovi

La Chiesa missionaria (EG 14.24)

Mons. Giordano Frosini

Sabato 14 ottobre

ore 21,00          Seminario Aula Magna

La Chiesa pistoiese: frammenti di un percorso

storico. Introduzione alla mostra

Interventi di: Paola Bellandi, Mariangela Maraviglia,

Andrea Vaccaro

NOVEMBRE

Venerdì 10 novembre

ore 17,30       Cattedrale di San Zeno

Il linguaggio della solidarietà

(EG nn. 183. 188-189)

a cura della Caritas Diocesana

e dell’Ufficio pastorale del lavoro

S.Em. Card. Francesco Montenegro

Prof. Mauro Magatti

Prof. ssa Chiara Giaccardi

Prof. Leonardo Becchetti

Venerdì 10 novembre

ore 21,00       Sala Sinodale Antico Palazzo dei Vescovi

Il linguaggio della teologia

(EG 259)

Mons. Piero Coda

Venerdì 24 novembre

ore 17,30       Chiesa di San Filippo

Il linguaggio dell’etica (EG 199)

Prof. Adriano Fabris

Giovedì 30 novembre

ore 21,00       Sala Sinodale Antico Palazzo dei Vescovi

Il linguaggio della spiritualità (EG 86-92)

S.E. Mons. Paolo Martinelli

DICEMBRE

Martedì 5 dicembre

ore 21,00       Sala Sinodale Antico Palazzo dei Vescovi

Il linguaggio della bellezza (EG 167)

P. MARKO IVAN RUPNIK

Sabato 16 dicembre

ore 17,30       Seminario Aula Magna

Premiazione Concorso Teologico per giovani

«Viandanti della fede»

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UN NUOVO VOLTO DI DIO?

XXIX Settimana Teologica

Presiede Mons. Fausto Tardelli. Modera Giordano Frosini

L’invito del Vescovo

Papa Francesco al n. 6 della Bolla di indizione dell’anno santo “Misercordiae Vultus”, afferma che la misericordia divina non è affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio ed è per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: «O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono». Conclude il Papa: “Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso.”

Siamo dunque spinti particolarmente in quest’anno alla contemplazione di Dio. A guardare a Lui Padre misericordioso, per coglierne le conseguenze dentro la nostra vita, quella della chiesa e dell’intera umanità. “Misericordiosi come il Padre” è il versetto evangelico che fa da ritornello all’anno santo a ricordarci il cammino da compiere per essere veri figli di questo Dio. È ben giusto dunque che ci fermiamo a riflettere puntando i nostri occhi, anche quelli dell’intelligenza, su Colui che sempre ci sorprende per il suo amore senza misura. Riscoprire Dio come Padre e forse anche come madre è tra l’altro uno dei punti qualificanti degli Orientamenti pastorali per la Diocesi di Pistoia nei prossimi anni.

La settimana teologica viene a offrirci uno spazio di approfondimento e di confronto proprio su questo Dio per certi versi paradossale che capovolge i nostri modi di pensare e di giudicare. L’argomento è di quelli che chiede di essere affrontato con l’umiltà di chi è consapevole della propria limitatezza. Per questo esige anche l’uso di una ragione che si nutre di adorazione e di amore. Una bella opportunità dunque, quella della Settimana teologica, che merita senz’altro di essere colta.

† Fausto Tardelli

Da Lunedì 5 settembre a Venerdì 9 settembre 2016 alle 17,15

presso Seminario Vescovile

Via Puccini, 36 – Pistoia

Lunedì 5 Settembre

Introduzione

Giordano Frosini

della Facoltà Teologica dell’Italia centrale

Il nuovo volto di Dio

Martedì 6 Settembre

Carmine Di Sante

Teologo e Biblista

Il Dio di Gesù Cristo:

riflessione biblica

Mercoledì 7 Settembre

Roberto Repole

della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale

e Presidente dell’Associazione Teologica Italiana

Il Dio umile

Giovedì 8 Settembre

Adriana Valerio

dell’Università Federico II di Napoli

Il Dio della Misericordia

Venerdì 9 Settembre

Mons. Fausto Tardelli

Vescovo di Pistoia

“Non avrai altri dei

di fronte a me” (Es 20,3)

Prospettive morali e pastorali

INFO:

tel. 0573.976133 – www.diocesipistoia.it – info@diocesipistoia.it

Ad ogni relazione seguirà una discussione a cui tutti sono invitati.

Durante le giornate saranno disponibili le pubblicazioni riguardanti gli argomenti trattati,

in particolare quelle curate dai relatori, e delle Settimane teologiche del passato

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Diocesi di Pistoia - XXVIII Settimana Teologica

Da Lunedì 31 Agosto a Venerdì 4 Settembre 2015 alle ore 17,15

Evangelii gaudium - Il tracciato di una “Chiesa in uscita”


Conclusioni

Tirare le conclusioni. E’ una parola! Come si fa a tirare le conclusione di una settimana teologica? Mi limito quindi a qualche nota conclusiva in vista di future riprese.

Sono state serate intense, molto interessanti, quelle che abbiamo vissuto.  Anche assai animate, stimolanti, sia per i relatori che per gli interventi. Come ho già detto, per me è stata un’esperienza nuova che ho vissuto con interiore partecipazione e gusto. Mi sento di confermare in pieno questa iniziativa che ha già 28 anni, ma che può avere davanti a sé molti anni ancora. Forse ci sarà da rivedere qualche cosa nella sua formula, forse nelle date, nel periodo, non so. Lo vedremo. Anche la numerosa partecipazione è un bel segno e mi fa dire e lo ribadisco, che la Settimana teologia è un vera perla preziosa della Chiesa pistoiese e, come vescovo di questa diocesi, me sono orgoglioso.

Voglio qui pubblicamente e sinceramente ringraziare Mons. Frosini per averla pensata 28 anni fa e per averla animata in tutti questi anni, con la sua passione e la sua intelligenza. Credo davvero che la Diocesi, anche solo per questo, gli debba gratitudine e sono certo che la Settimana teologica rimarrà nella storia di questa Chiesa particolare come qualcosa d’importante. Lo ringrazio anche per la consapevolezza sempre a me manifestata, di aver voluto in questo modo servire con il meglio di sé la Chiesa di Pistoia. Lo ringrazio infine per la sua relazione che ci ha fatto ancora una volta capire, giustamente, che senza l’impegno nel mondo, senza una presenza di giustizia e di amore dentro la storia, senza un impegno personale e sociale nella società, dalla parte dei poveri e coi poveri, non si da fede autentica, vera speranza e genuina carità. Don Frosini è un teologo di rilievo nel panorama italiano e anche oltre. Si può non esser d’accordo con lui su qualche cosa, si può avere una sensibilità teologica diversa, si può discutere con lui. E’ però un pensatore di valore, soprattutto per l’attaccamento e l’amore forte al Concilio Vaticano II e l’attenzione a tutto ciò che attiene alle problematiche della presenza della Chiesa nel mondo.

Sono stato molto contento del tema che, insieme proprio a don Frosini, abbiamo scelto per questa Settimana. L’Evangelii Gaudium di Papa Francesco rappresenta sicuramente, insieme ai suoi gesti e alle sue azioni concrete, il dono specifico di questo pontificato. Novità, certamente, ma dentro un solco già tracciato. Si può dire ciò che si vuole, si possono fare tutte le critiche e notare tutte le differenze che vogliamo, dobbiamo però dire che da 150 anni a questa parte il Signore ci ha donato Papi straordinari; molto diversi l’uno dall’altro, ma ognuno a suo modo grande e qualcuno anche santo. Invece di lamentarci, dovremmo ringraziare davvero il Signore per questa grazia abbondante e semmai domandarci se noi, con le nostre sottigliezze bizantine, non abbiamo a volte sperperato questa grazia.

Le relazioni e le discussioni di questa settimana ci hanno permesso di approfondire l’Esortazione papale e di coglierne il messaggio fondamentale, racchiuso proprio nelle parole che danno nome all’esortazione “la gioia del Vangelo”. Che ci sia gioia per noi e per gli altri. Che ci sia gioia nella Chiesa e dentro le periferie del mondo. Gioia “rivoluzionaria”, mi piace chiamarla così, perché annuncia e cerca un nuovo assetto del mondo, a partire dal cuore di ognuno che deve essere quello stesso di Cristo. Non vorrei che sfuggisse che la EG si colloca consapevolmente dentro questo nostro mondo, in questo preciso momento storico. Non quello degli anni sessanta o ottanta o comunque del passato. Non ribadisce semplicemente quanto ci poteva dire allora. No, si colloca nell’oggi, in questo oggi dove si fa fatica a essere nella gioia, certamente di fronte al dramma che vediamo ogni giorno, ma anche per il vuoto interiore, la barbarie che avanza, la indifferenza che si globalizza, il deserto nei cuori e nelle città.

Quello che credo dobbiamo capire sono i nuovi scenari del mondo, il contesto nel quale siamo collocati, anche per comprendere bene la EG La crisi che viviamo non è solo economica, né solo sociale, ma anche morale e di umanità. Più profondamente ancora – a mio parere – è crisi di motivazioni autentiche nel cuore delle persone. Mi ritornano sempre in mente le parole di una canzone di Vasco Rossi di qualche anno fa, emblematiche: “Voglio trovare un senso a questa vita. Anche se questa vita un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha”. E’ questo il punto. Oggi, nel nostro mondo occidentale almeno, siamo in crisi di motivazioni. E’ il perché, il motivo per cui devo agire che è andato in crisi. I motivi profondi, quelli valoriali, quelli autentici…. E sono rimasti i motivi corti, in questa epoca della passioni tristi come è stata definita; sono rimasti i motivi utilitaristici e individualistici. E di qui il prevalere dell’interesse personale avanti a tutto, di qui la corruzione, di qui la globalizzazione dell’indifferenza, l’appannamento della ragione, la menzogna, l’economia che uccide, la distruzione dell’ambiente e così via.

In questo preciso contesto si colloca l’esortazione del Papa, che è si rivolta alla chiesa, ma perché si renda conto della sua missione nel mondo. Se è chiamata ad essere “ospedale da campo”, secondo l’espressione usata da Papa Francesco, è perché siamo in mezzo a un campo di battaglia e ci sono uomini e donne concreti morti e feriti per ogni dove, rovine e distruzioni dappertutto e nei cuori, primariamente. E’ questo che ci deve fortemente inquietare, come dice lo stupendo per me n. 49 della EG già citato in questi giorni: “se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza – dice il Papa – è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita.”

Se però la crisi profonda sta nelle motivazioni, nel fatto che non si ha più un perché fondo, forte, di valore che spinge ad asrirmi agli altri con generosità, a donare la propria vita per il bene di tutti, potremmo vedere mille e mille foto di bambini morti sulla spiaggia, ma irrimediabilmente, a parte la commozione televisiva di un momento, non cambierà niente. Se la crisi è nelle motivazioni, la risposta non può essere nemmeno prima di tutto nella politica, nelle leggi, nel cambiamento delle strutture, semplicemente perché non ci saranno gli uomini per realizzarle, queste cose! La politica ha lei stessa bisogno di motivazioni ideali e forti, concrete e alte, nobili e generose altrimenti diventa – come purtroppo spesso vediamo – gioco di interessi contrapposti e comitato d’affari.

Ci vuole allora qualcosa che scaldi il cuore, che faccia rinascere la voglia, che faccia sorgere nell’animo quelle motivazioni profonde e forti che smuovono il coraggio, l’ardore e una intelligenza affascinata dal vero. Qualcosa che appunto riesca a rimotivare l’uomo. E questo è il Vangelo. Semplicemente il vangelo di Gesù Cristo; il Vangelo della misericordia, annunciato, vissuto e testimoniato nella gioia da una comunità di fratelli che si amano. Papa Francesco l’ha capito e ce lo dice con molta chiarezza. Per questo voglio concludere riportando una bellissima pagina della EG che indica molto bene ciò che, come singoli e come chiesa, dobbiamo innanzitutto fare e che è uno degli obiettivi primari che vorrei perseguire in questa chiesa pistoiese. Anche noi, infatti, vescovo, preti e laici, abbiamo soprattutto bisogno di ritrovare le motivazioni più forti e autentiche del nostro essere e del nostro operare. Anche se un po’ lungo permettetemi che riporti per intero il n. 264 della EG, perché mi ci ritrovo davvero molto.. “La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: «Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (Gv 1,48). Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo» (1 Gv 1,3). La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri.”

+Fausto Tardelli

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LA GIOIA DEL VANGELO
Settimana teologica – Pistoia – 31 agosto 2015
+ Fausto Tardelli

Non posso iniziare questa mia relazione senza citare l’attacco, per me formidabile, sintetico ed essenziale dell’Esortazione apostolica: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.”(EG 1). E’ una vera “riforma” della Chiesa in senso missionario, quella che il Papa ci propone nella EG. Un sogno, come dice lui stesso al n. 27: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.” Ma la gioia è la caratteristica fondamentale – almeno così dovrebbe essere – di questa riforma, di questo sogno.

L’invito a intraprendere una nuova tappa dell’evangelizzazione per una chiesa, come si dice con espressioni divenute ormai degli slogan, “in uscita” dentro le “periferie esistenziali” del mondo, ha questo di caratteristico: è un invito alla gioia. L’evangelizzazione, la chiesa in uscita dentro le periferie del mondo, deve essere caratterizzata dalla gioia; non dunque un’evangelizzazione qualsiasi, ma un’evangelizzazione segnata profondamente dalla gioia. Senza questa, l’evangelizzazione si contraddice e non è se stessa. Del resto dovrebbe essere già abbastanza chiaro: se il vangelo è buona notizia, “la” buona notizia per il mondo, la gioia vi è intimamente connessa. Ogni buona notizia dà gioia: la buona notizia per eccellenza non può che infonderla in modo sommo. E anche “portare” una buona notizia, da gioia. E’ quella dell’evangelizzatore, dell’araldo del Vangelo che è felice di poter comunicare la scoperta della “perla preziosa” che fa ricca l’umanità ed è felice perché il progetto di salvezza di Dio va avanti e germoglia già nella storia. Anche a questo richiama il Papa.

Oltre dunque i singoli punti o aspetti della EG, bisogna fare attenzione a sottolineare adeguatamente lo spirito che anima l’intero testo e che unisce le varie affermazioni: il criterio cioè potremmo dire della gioia. Questo “filo rosso” non va cercato tanto nell’articolazione rigorosa dell’ argomentazione, ma scoperto nelle sue continue risonanze.

Un’altra cosa va detta, perché rivela un’interessante modalità del procedere di Papa Francesco: l’affermazione del n.1 dell’Esortazione, pur essendo una verità teologica, non può essere esposta e dimostrata semplicemente come una tesi speculativa. La sua verità può essere solo sperimentata e “dimostrata” con la testimonianza. Tutti i discorsi che possiamo fare sulla “gioia del vangelo” trovano qui una insormontabile barriera. Rimangono soltanto chiacchiere se ciascuno di noi – nel suo vissuto esistenziale – non sperimenta la gioia profonda dell’incontro con Cristo – se non vive di questa gioia; se questa non è il connotato del suo essere. E non basta “volerla” questa gioia, perché non è un atteggiamento alla nostra portata che si possa assumere con un impegno di tipo morale; sarebbe una cosa affettata e ipocrita, alla fine. Questa gioia – che è dono – può soltanto “nascere” dall’esperienza dell’incontro con il Cristo. Diceva già san Bernardo in un famoso inno a lui attribuito: “expertus potest dicere quid sit Jesum diligere” (Soltanto chi ne fa l’esperienza può dire che cosa sia l’amore al Signore!). E si badi bene che solo se questa gioia abita in noi, la si può “testimoniare” in ciò che si fa, nel nostro agire, nel nostro relazionarci con gli altri. Non c’è bisogno di “prefiggerci” di testimoniarla. Se c’è, la si testimonia. Se non c’è, la testimonianza è falsa.

Una verità dogmatica dunque, ma viva e personale, a cui si accede non solo con l’intelletto ma con tutta la persona, attraverso un’esperienza complessiva e che si può trasmettere agli altri, “dimostrare”, solo attraverso la testimonianza personale.

A questo punto forse però è bene analizzare un poco questa “gioia”. Come sempre, le parole sono una specie di scatola vuota che può riempirsi dei contenuti più disparati, anche in modo contraddittorio. Vediamo dunque di cosa stiamo parlando

1. Cos’è la gioia?

Gioia a “buon mercato”? Di questo stiamo parlando? Gioia comunque sia – alla moda per intenderci del banalissimo e inconcludente love is love? La parola “gioia” è senz’altro usata molto frequentemente. Confusa con “felicità” o addirittura con “piacere”, è sottoposta al rischio dell’ambiguità.

La gioia infatti può essere intesa come sentimento fugace, determinato da una sensazione emozionale di piacere da afferrare sul momento. Forse è in questo senso che la intendeva già Epicuro, così ben ripreso da Orazio (65 – 8 a.c.) nella ben nota prima ode: “Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam mininum credula postero” (Mentre stiamo parlando, il tempo a noi nemico se ne sarà già fuggito via: afferra dunque il giorno e confida il meno possibile nel domani). Accezione ripresa straordinariamente dal Magnifico Lorenzo (1449 – 1492): Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza. ….. Ogni tristo pensier caschi….. Ciascun suoni, balli e canti, arda di dolcezza il core: non fatica, non dolore! Ciò che ha esser, convien sia. Chi vuole esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Una gioia evidentemente un po’ diversa da quella che proprio in quegli anni il Savonarola andava predicando in Firenze. Solo 8 anni dopo la probabile data di composizione del poemetto citato, il frate domenicano veniva messo al rogo in piazza della Signoria!

E’ una versione meno spensierata e più misurata sulla complessità e sulla realtà “debole” della nostra società e cultura, forse anche un invito a vedere ciò che si ha, piuttosto che ciò che ci manca, quella che esprimono per es. i Modà – e mi scuserete se cito anche questi nuovi autori contemporanei amati dai giovani – in una loro canzone di successo: “Eppure gioia, se penso che son vivo… Eppure gioia, se penso che da ieri, io sono ancora in piedi.” Ma si rimane pur sempre dentro il cerchio dell’io.

Sul piano filosofico, non possiamo dimenticare Spinoza, Baruch Spinoza (1632 – 1677), il cui chiaro pensiero continua a ispirare i filosofi moderni. E’ celebre la sua definizione della gioia nella III parte dell’Etica (Definizione dei sentimenti 2 e 3): “La Letizia è il passare che avviene nell’Uomo da una minore a una maggiore perfezione.” “La Tristezza è il passare che avviene nell’Uomo da una maggiore a una minore perfezione.” Il tutto dentro quella “cupidità che è la stessa essenza dell’uomo” (1), principio fondamentale del nostro comportamento, che è poi la tendenza a perseverare nel proprio essere. Nella sua “Etica”, Spinoza sottolinea come la gioia, cioè la felicità, si configuri quale vera forza delle passioni umane, straordinario appagamento che l’uomo avverte quando sente di realizzarsi nel suo stare al mondo.  Gioia è il senso di pienezza, di realizzazione, di soddisfazione, di appagamento profondo che si prova quando compiamo un passo in avanti nel percorso della autorealizzazione. Forse però non è nemmen questo il significato della gioia di cui parla l’EG.

Andando più a fondo, con l’aiuto della riflessione di E. Levinas, si può parlare di gioia a due livelli. Il primo è piuttosto un godimento di tipo solipsistico. Il secondo si avvicina invece al significato della gioia del vangelo. Al primo livello, il “godimento” è espressione dell’attaccamento dell’io a se stesso che di tutto si nutre per resistere all’anonimato e mantenersi nell’essere. Il sorgere di un esistente non avviene – dice Levinas – in mo­do statico ed inane [1]. Esso “si produce”[2] come una «bramosia d’essere» davvero insaziabile [3]. Il soggetto sorge e si sviluppa dimostrando un attaccamento esa­sperato a se stesso, cercando l’identificazione di sé. Ha fame e se­te di nutrimento che gli dia consistenza e lo faccia sussistere. É «egoismo» primordiale: tutto serve alla sua esclusiva identificazione, anche se questo “egoismo” per Levinas non ha una connotazione morale in senso stretto, è piuttosto una descrizione di tipo fenomenologico. L’esistente esiste come un fatto di «nutrimento», di “godimento» o fruizione spontanea di tutto e di tutti. E’ un vivere spensieratamente – senza pensieri cioè, con una spontaneità “non riflessa” come egoista senza scrupoli e con sicura coscienza, «mangiando e bevendo»[4]; cioè riducendo tutto a proprio alimento. Questo processo di identificazione di sé, o di «godimento» spensiera­to e senza problemi, fa si però che il soggetto ritorni sempre e solo a se stesso. É la sorte alla fine triste e solitaria del soggetto [5]. Curioso destino, ma che nello stesso tempo sembra però mettere in evidenza una situazione insostenibile nella soggettività, come una specie di invocazione per qualcosa d’altro, per una liberazione dal continuo incatenamento a se stesso. Uno spiraglio in effetti si apre proprio all’interno del processo di “nutrimento”. Perché questo non è vissuto dal soggetto solamente come «godimento», ma anche come «dipen­denza dall’esteriore» [6]. Mentre il soggetto cerca di conquistare ogni cosa per «nutrirsene», “sente” che ciò di cui si nutre non dipende esclusivamente da lui, anzi. E’ piuttosto una realtà che può venire anche a mancare. Questo fatto mette il soggetto necessariamente in contatto con l’altro da sé, che magari possiede ciò che il soggetto vuole ma che resiste ad essere assorbito nel soggetto. Questi si trova di fronte il volto dell’altro che resiste ad essere inglobato, ad essere fagocitato. Proprio qui allora, paradossalmente, il soggetto avverte di non essere più solo e si apre così un’altra prospettiva.

Dice Salvatore Natoli (in “La felicità Saggio di teoria degli affetti”) che la caratteristica peculiare della gioia, non è il sentimento della bellezza esteriore, quanto piuttosto il sentimento dell’irruzione improvvisa della felicità, con tutta la sua bellezza. L’incontro con un amico, una visita inattesa. Allora il gioire sta tutto nel sentirsi scossi dentro da un evento che ci prende e che non immaginavamo. Seguendo Levinas però, l’irruzione improvvisa non avviene tanto con la felicità, quanto piuttosto con l’irrompere dell’altro. Ed è nell’accoglienza dell’altro dentro di sé che si può parlare di una liberazione dalla solitudine e quindi di una gioia altra rispetto al “godimento” spensierato e solitario di cui si è parlato. L’idea è che la gioia vera ha a che fare con l’alterità, con l’altro da sé. Potremmo dire che l’Altro dentro di sé è la causa della gioia, dove l’interessante è proprio l’irrompere dell’altro che viene in un certo senso a “disturbare”, ma in realtà viene a “salvare” l’io, perché lo restituisce alla sua verità. La gioia è dunque l’esito del compimento della verità dell’io, mentre la tristezza è il prodotto del rifiuto dell’altro dentro di sé.

Si comprendono allora molto bene le parole di papa Francesco sulla “tristezza del mondo” e si comprende anche il drammatico grido di dolore che il creato tutto ci sta lanciando, come ci dice ancora Papa Francesco nell’ultima enciclica “Laudato si”: “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.” (EG 2). E nella LS al n. 2 il Papa aggiunge: “La madre e sorella terra protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei… La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi”. Diceva già S. Agostino nel Sermo 171 sulle parole di Paolo “Rallegratevi sempre nel Signore” di Fil 4, 4-6[7]: “Che cos’è la gioia mondana? Godere dell’ingiustizia, godere di ciò che è turpe, godere di ciò che disonora, di ciò che è infame. Di tutte queste cose gode il mondo…”

2. La gioia del Vangelo

Per spiegare quale sia la gioia autentica, nel primo capitolo dell’Esortazione, quello fondamentale per il nostro tema, Papa Francesco compie un breve ma interessante excursus biblico, andando a cogliere gli elementi fondamentali della gioia, secondo Dio. Mi sembra utile qui richiamarlo, almeno sommariamente[8] , anche perché trovano una significativa qual corrispondenza con quanto abbiamo visto, seguendo E. Levinas.

Una prima citazione di rilievo è del cap. 9 di Isaia dove si parla della intronizzazione di un re che porta la gioia, il suo nome è ― consigliere ammirabile, padre per sempre, Dio potente, principe della pace. La salita al trono di questo re fa aumentare la letizia, moltiplica la gioia che si produce proprio a causa della sua intronizzazione. Il riferimento messianico del testo ben lo conosciamo.

Anche il capitolo 12 sempre di Isaia, che chiude il libretto dell’Emmanuele è un invito alla gioia. Il testo termina con l’invito rivolto a Sion come se fosse una donna: Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele (Is 12,6). Il profeta sta parlando a una donna, simbolica figlia di Sion e le dice di rallegrarsi perché dentro di lei c’è il santo di Israele che è grande. E’ questa un’espressione fondamentale per la teologia della gioia: Rallegrarsi e gioire perché dentro, nel grembo, c’è la presenza di Colui che è potente. Non rallegrarsi e gioire perché si è ricchi o si ha potere o si hanno delle qualità, ma perché il santo di Israele è nel proprio seno, è dentro di noi per amarci.

Un altro versetto molto interessante è sempre di Isaia, del secondo Isaia per la precisione: «Giubilate, o cieli, rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri» (49,13). Qui si coinvolge nella gioia l’intera creazione. Oggetto dell’intervento di Dio è il popolo. Il Signore consola il popolo, il Signore cioè ha misericordia di quelli che lo accolgono con cuore libero, povero, disponibile. In questo atteggiamento di apertura e di disponibilità la gioia ridonda sulla creazione. La quale invece patisce corruzione attraverso l’uomo corrotto, ribelle a Dio che, chiudendosi a lui e agli altri, rovina il mondo.

La citazione però forse più interessante è quella tratta dal profeta Sofonia, dove ci viene mostrato Dio stesso come centro luminoso di festa che vuole comunicare al suo popolo questa  gioia di salvezza. «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». Sottolineo l’ “in mezzo a te” che vuol dire – nel tuo grembo – e, come dicevamo prima, richiama l’idea della presenza di Dio come un bambino concepito nel grembo di una madre: è quella la bella notizia. Il Signore, dentro il tuo seno, è salvatore potente. Lui, dentro di te è in grado di salvarti con forza. Lui «Gioisce per te, ti rinnova con il suo amore, esulta per te con grida di gioia» (Sof 3,17).

Il paragrafo 5 della EG è una carrellata veloce di citazioni neotestamentarie. L’evangelista che ha maggiormente adoperato il linguaggio della gioia, come sappiamo, è Luca: nel III vangelo e negli Atti degli Apostoli c’è una cospicua ricorrenza di vocaboli, sostantivi e verbi che riguardano l’essere contenti. E’ una caratteristica teologica dell’evangelista Luca sottolineare come l’incontro con Gesù sia causa di gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). «Caire» “rallegrati”. Si riprende così esattamente la formula dei detti profetici rivolti alla figlia di Sion, invitata a rallegrarsi perché il Santo di Israele è nel suo seno. Quegli oracoli antichi vengono ripresi nelle parole che l’angelo Gabriele rivolge a una donna concreta, non a una figura simbolica, ma che pure è la figlia di Sion, il resto santo di Israele. A lei concretamente viene detto: rallegrati, sii contenta, gioisci, esulta. Perché? Perché il Signore è con te. La gioia è il fatto che il Signore è con lei, è la presenza del Signore nella sua vita, per la vita del mondo.

La visita di Maria a Elisabetta è un altro evento che merita attenzione. Giovanni salta di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Il bambino, ancora prima di nascere, canta di gioia perché riconosce la presenza del Signore: siamo sempre lì. Nel suo canto poi Maria proclama: il mio spirito esulta, quindi sono profondamente contenta, lodo il Signore nella gioia, perché lo riconosco come Salvatore in me innanzitutto e quindi per il mondo intero. Nel cantico, Maria gioisce – ecco la gioia dell’evangelizzatore – perché vede compiersi l’opera di Dio, nonostante tutto: “Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.”

Tutte le varie citazioni dell’ultima parte del paragrafo sono tratte da Giovanni, altro grande cantore della gioia cristiana. Nei discorsi della cena, a Gesù sono messe in bocca affermazioni molto chiare: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). L’obiettivo della rivelazione è che noi siamo persone contente, e possiamo esserlo a partire dal cuore di Gesù traboccante di amore. Nei racconti degli eventi dopo la risurrezione, l’evangelista Giovanni concentra tutto nel verbo “gioire”. I discepoli “gioiscono” nel vedere il Signore. Vedere il Signore vuol dire farne esperienza, incontrarlo, godere della sua presenza. Nel verbo “gioire” Giovanni sintetizza tutta l’esperienza pasquale.

Papa Francesco passa poi al libro degli Atti ed elenca alcune delle numerose ricorrenze in cui si dice che delle persone, incontrando il vangelo, vivono la gioia. Nella prima comunità si «prendeva il cibo con letizia» (2,46). Allusione forse eucaristica, dove l’accento è posto proprio sulla gioia: era una esperienza comunitaria di persone contente. Dove poi i discepoli passavano «vi era grande gioia» (8,8) e pure in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52).

Il finale del paragrafo rivela in pieno lo stile di Papa Francesco: è infatti una domanda, stringente e personale, diretta ad ogni lettore o ascoltatore, anche a me e a voi: Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? Perché restarne fuori?

Come ben si capisce dall’analisi di questo interessante paragrafo biblico della EG, non si parla qui di gioia primariamente come di un atteggiamento psicologico, di una emozione, un sentimento, bensì di una esperienza spirituale, di una comunione di vita: essere con il Signore che ti salva e ti libera, che ti ama infinitamente; essere insieme al Signore sulla via di una completa donazione di sé per amore degli uomini. E’ tutto qui. Quando la nostra persona è in comunione di amicizia, di affetto con il Signore, nell’ascolto concreto e nell’adempimento della sua volontà, lì si sperimenta la gioia. Quando si vede che l’umanità si trasforma secondo il progetto di Dio, il Vangelo è accolto e avanza il Regno della giustizia, della verità e della pace, lì si sperimenta la gioia di Dio, pur in mezzo alle prove e alle tribolazioni, anche lì dove si versa il sangue. E’ la gioia che viene dall’accoglienza della Buona Notizia che è il Signore Gesù, morto e risorto. Incontro e accoglienza di Dio in noi che, per tutti, pure per chi non crede, si verifica anche in concreto nell’incontro e nell’accoglienza dell’altro da sé. Nell’accoglienza dell’altro uomo, nel fare abitare l’altro dentro di sé c’è già la presenza di Dio salvatore: “Ubi caritas est vera, Deus ibi est”canta la liturgia. In questa gioia, fatta anche ma non solo e non sempre di sentimento e di emozione, si riassumono completamente anche tutte le gioie “terrene” che non siano contro la legge di Dio.

Possiamo sintetizzare allora tutto il nostro discorso, rifacendoci a due grandi padri e teologi del passato. Due tradizioni, due prospettive ma in realtà profondamente convergenti. Quella che afferma il “gaudium ex caritate” – la gioia cioè dall’amore – e l’altra che parla di “gaudium ex veritate”, di gioia dalla verità. Dice Agresti nel libro Teologia della gioia[9]: “Per capire qualcosa della gioia è necessario vederne l’origine.” “In questo ci aiuta San Tommaso D’Aquino che ha colto il punto più fondo e più giusto della gioia cristiana, quando ne parla come “gaudiun ex caritate.” “Secondo lui la gioia, il gaudio, è la stessa gioia di Dio e nasce dall’amore di carità”.

“… la carità è l’amore di Dio – dice S. Tommaso D’Aquino nella quaestio 28 della IIa IIae – il cui bene è immutabile, essendo egli la stessa bontà. E per il fatto che è amato, Dio si trova in chi l’ama col più nobile dei suoi effetti, secondo le parole di S. Giovanni: “Chi sta nella carità sta in Dio, e Dio in lui”. Dunque la gioia spirituale, che ha Dio per oggetto, è causata dalla carità.

Gioia e amore camminano dunque insieme e solo chi sperimenta l’amore di Dio per lui, la sua infinita misericordia e tenerezza, la Grazia che tocca il cuore e salva, prova la gioia autentica. E solo chi a sua volta ama così come è amato, percorre l’affascinante avventura della gioia cristiana il cui principio è l’amore di carità che implica necessariamente Dio e poi, su questo stesso livello, gli altri e noi stessi.”[10]

Non è da trascurare però, oltre la lezione di Tommaso, quella di Agostino. “la felicità della vita, afferma nel cap. 10° delle Confessioni, è il godimento della verità, cioè il godimento di Dio che è verità e la luce…”. “Questa felicità della vita la vogliono tutti; questa vita che è l’unica felicità, la vogliono tutti; tutti cercano e vogliono il godimento della verità”[11], mentre la falsità e la menzogna nessuno la vuole. Si capisce – dice ancora Agresti nel citato libro, che sant’Agostino ha una tendenza intellettuale, ma la sua gioia non è per una verità astratta e puramente concettuale…. La verità di cui parla è Dio personale come verità. Il “gaudium ex veritate” agostiniano non si contrappone dunque alla gioia ex caritate ma è una più specificata accentuazione su Dio – verità e sull’uomo assetato di verità. Ciò tuttavia implica una dinamica d’amore, il nostro rapporto amoroso, la nostra unione d’amore” (pag. 64)

3. Una conclusione sulla Evangelii gaudium[12]

L’EG, con il suo pressante invito alla gioia, esprime una volontà precisa del Papa – per cui gli siamo tra l’altro profondamente grati. Non ha voluto semplicemente affermare punti fermi della dottrina, ma si è posto come autentico accompagnatore spirituale della chiesa. La sua azione è stata ed è principalmente quella di rianimare la Chiesa, spingendola fuori da un certo ripiegamento su se stessa, nella paura o nella autoreferenzialità mondana, per rimetterla con decisione sulla via di Cristo e dei poveri. Questo “uscire e rischiare” permette infatti alla Chiesa di ritrovare se stessa e la sua missione in mezzo alle genti, di riaffidarsi con umiltà al suo Signore e, sottoponendosi di buon grado alle prove della storia senza recriminazioni, la pone in un percorso di conversione quanto mai urgente e necessario.

Sulla base di questo, la scelta di insistere sulla gioia – il termine ricorre ben 59 volte nell’esortazione – ha il carattere di un “lieto annuncio” per la chiesa stessa, che le dà vita e ripropone il contenuto essenziale di ogni azione evangelizzatrice. Così la Chiesa si riconnette con quella che è l’esperienza fondamentale da cui essa ha origine: la Pasqua, cioè l’esperienza dell’incontro con Gesù morto e risorto, via, verità e vita. Non basta però sapere queste cose. Occorre che la Pasqua sia viva dentro le nostre vite e dentro le nostre comunità.  Se non si riprende oggi contatto con questa esperienza sorgiva e non se ne apre l’accesso a coloro a cui ci si rivolge, qualunque iniziativa di evangelizzazione rimarrà nell’ambito delle tecniche di comunicazione pastorale, senza riuscire a incidere davvero nella vita delle persone. Questa è la vera sfida per la chiesa, oggi. La gioia pasquale è criterio di verifica di quanto si vive e si fa. Ciò vale a livello individuale, ma anche per la Chiesa nel suo insieme e per le singole nostre comunità cristiane (EG 268-274).

La gioia del vangelo – ci ricorda sempre Papa Francesco – è un’esperienza che cambia l’orientamento della vita di chi la fa. Opera il passaggio dalla chiusura in se stessi e dall’autoreferenzialità, all’uscita da sé, al porre nell’altro il centro della propria esistenza. A sua volta, questa uscita da sé rafforza la gioia e spinge altri a entrare nella stessa prospettiva. Così, chi è stato raggiunto dalla gioia del Vangelo si muove dentro la dinamica nella quale Gesù stesso ha vissuto, quando si è donato fino a consegnare totalmente la propria vita ed ha aperto quindi una possibilità di vita nuova per tutti. Questa dinamica poi si esplicita nell’impegno per la trasformazione del mondo, secondo il progetto di Dio,  partire dal cuore di ogni uomo.

In tutta questa vicenda esiste una tentazione. Il capitolo sulle «Tentazioni degli operatori pastorali» (EG 76-109) è lì a ricordarci che proprio i missionari del Vangelo, quindi noi, potremmo non avere la gioia del Vangelo. Tra tutte le tentazioni che l’esortazione apostolica mette in evidenza, c’è quella del pessimismo e della sfiducia che le cose possano cambiare. Una tentazione che  diventa scusa per non muoversi: «Questo atteggiamento – cito il n. 275 – è precisamente una scusa maligna per rimanere chiusi nella comodità, nella pigrizia, nella tristezza insoddisfatta, nel vuoto egoista».

Al n. 277 e seguenti, il Papa ci dice che il contrario di questa gioia non è il dolore, ma «una cronica scontentezza», «un’accidia che inaridisce l’anima», un «cuore stanco di lottare» che «non ha più grinta». Una tristezza che avvelena la vita di molte persone e soprattutto è agli antipodi di ciò che Dio desidera per ogni uomo. Dio infatti vuole la gioia e la felicità dell’uomo, di ogni uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. «Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”» (EG 3). E’ questa fede gioiosa ma consapevole nel Signore Gesù e nel progetto di salvezza universale del Padre, che da sostanza a ogni annuncio evangelizzatore. Altrimenti suonerebbe falso e mancherebbe di attrattiva.

Ancora una volta bisogna dire, riprendendo quanto già affermato, che la gioia di cui si parla nella EG non è un sentimento superficiale ed effimero di contentezza, ma piuttosto l’atteggiamento di chi sa che la sofferenza e la morte fisica e morale esistono, sono dentro il mondo, sono nell’esperienza drammatica di ciascuno di noi e ciononostante sa anche che la vita è più forte e si può costruire un mondo nuovo. Di chi sa che Gesù Cristo è veramente il Vangelo del Padre attraverso il dono dello Spirito e lo sa esperienzialmente, nella sua carne. Le difficoltà e le fatiche rimangono tutte, ben intesi, e sono un dato di fatto, perché fanno parte della vita e sono da assumere e attraversare: «Tutti sappiamo per esperienza – dice il Papa – che a volte un compito non offre le soddisfazioni che avremmo desiderato, i frutti sono scarsi e i cambiamenti sono lenti e uno ha la tentazione di stancarsi (EG 277). Attraverso anche le situazioni limite si può però realizzare quel passaggio da cui scaturisce la gioia. Anzi, attraverso la fatica e la sofferenza condivise con gli altri e che diventano gioia profonda in Cristo, ciascun credente e la Chiesa intera si vede proiettata verso la società e il mondo. Non c’è gioia dell’incontro con Cristo che non diventi gioia faticosa di trasformazione del mondo nella giustizia e nella pace, che non sia anche gioia di veder nascere il mondo nuovo già dentro la storia in attesa del compimento definitivo. Dice ancora Papa Francesco: «Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine dello stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza. Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità» (EG 269). Merita direi – e concludo – sottolineare lo stretto e inscindibile legame che EG pone tra annuncio e impegno sociale, tra fede e giustizia, tra gioia e solidarietà.

L’Evangelii gaudium rivela così la propria natura profonda d’invito carico di speranza che è al tempo stesso indicazione di un compito, rivolto a ciascun credente, a ciascuna comunità cristiana e alla Chiesa nel suo insieme: uscire dall’autoreferenzialità triste e melanconica, sperimentare invece la gioia rivoluzionaria di Cristo nello Spirito Santo e testimoniarla nell’annuncio mite e lieto del vangelo, accompagnato da uno stile di vita fatto di servizio disinteressato e generoso a ogni uomo, perché risplenda sempre più la sua dignità di essere umano, figlio di Dio.


[1] Le temps et l’autre (TA), in AA.VV., Le choix, le monde, l’existence, ed.  Artaud, Clermont – Ferrand 1947, 100, 161.

[2] Totalité et Infini. Essai nur l’extériorité (TI), ed. Martinus Mijhoff, La Haye, 1961, 19744, 31

[3] “Conatus essendi”: Autrement qu’être ou au-delà de l’essance (AEAE), ed. Martinus Nijhoff, La Haye 1974, 222

[4] TA, 161; TI, 82 s.

[5] TA, 130.

[6] Esteriore e interiore in Levinas assumono un significa­to tutto particolare: esteriore è ciò che è esterno al soggetto, che non dipende cioè da lui ma sussiste anche senza di lui. TI, 86, 116, 120

[7] S.Agostino, Sermo 171, ML 38, 34 citato in “La teologia della gioia” di G. Agresti

[8] Le riflessioni che seguono prendono spunto da un corso sulla EG tenuto al clero di Pavia da don Claudio Dell’Oglio nel gennaio del 2014.

[9] G. Agresti, Teologia della gioia, Città nuova 1966, pag. 18 (Arcivescovo di Lucca dal 1972 al 1990)

[10] G. Agresti, Teologia della gioia, Città nuova 1966, pag. 19

[11] Confessioni, 10, 23, 33 – Città Nuova, Opere di S. Agostino, 2007 VIII ed.

[12] Le considerazioni che seguono sono riprese sostanzialmente da un ottimo editoriale apparso su Aggiornamenti sociali nel gennaio del 2014, a firma del Direttore Costa, dal titolo “La gioia del Vangelo: il segreto di papa Francesco”.

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LA DIMENSIONE SOCIALE DELL’EVANGELIZZAZIONE

GIORDANO FROSINI

Alla dottrina sociale della chiesa aveva già attribuito  una notevole funzione e considerazione Giovanni Paolo II, che l’aveva definita parte essenziale dell’evangelizzazione e parte integrante della teologia morale. Ora il tema è ripreso, forse in forma ancora più stringente, da papa Francesco che designa la dottrina sociale una dimensione dell’evangelizzazione (o, addirittura, del kerigma).  Una unione intima che non permette separazioni di sorta fra le due realtà, anche se fra di esse la sintesi non è proprio di facile attuazione, come risulta dalle divisioni sia del passato che del presente. Una ragione in più per procedere con precauzione, sotto la guida autorevole degli autori dell’Esortazione apostolica Evamgelii gaudium.

Questa relazione non intende e non può sostituire la lettura diretta del documento a diritto considerato una traccia dettagliata del cammino dell’attuale “chiesa in uscita”; a esso cercherò di rimanere fedele anche se non potrò rinunciare del tutto alle mie riflessioni, che comunque cercherò di indicare come aggiunte personali. Teniamo presenti comunque fin dall’inizio alcune caratteristiche fondamentali della mentalità acclarata di papa Francesco: anzitutto la scelta del metodo induttivo, che rimette in discussione l’applicazione di certi principi che, presentati secondo il tradizionale metodo deduttivo, finivano per bloccare la riflessione su schemi ormai ripetitivi (“la realtà è più importante dell’idea”: è uno dei quattro principi chiave dell’Esortazione, considerati i quattro pilastri fondamentali di papa Francesco); in secondo luogo, il metodo incisivo tipico del papa attuale che, nella parola e nella prassi ama adottare il linguaggio dei segni che colpiscono la fantasia della gente e la costringe a pensare; il fatto poi (terza caratteristica) che per Francesco tutto sia da collocarsi sotto il principio sovrano e universale della misericordia; per ultimo, è quasi inutile ricordare che con la riflessione sulla dimensione sociale ci troviamo pienamente all’interno del tema della chiesa in uscita. Il n. 183 della EG contiene un’affermazione tenere presente fin da principio: “Una fede autentica, che non è mai comoda e individualistica, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”. Il testo continua con una citazione di papa Benedetto: “La chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia”. E continua: “Tutti i cristiani, anche i pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore d’amore di Gesù Cristo”.

Semplicemente per motivi mnemonici, organizzerò la mia esposizione sullo schema delle tre virtù teologali, che rimangono l’ossatura della vita del cristiano e sulle quali non dovremmo dimenticare il dovere di aggiornare le nostre vecchie conoscenze: della fede, sulla linea presentata dalla Dei Verbum; della speranza mettendo in luce la sua onnicomprensività, soprattutto la sua storicità; della carità, aggiornandone il contenuto sulla linea di una sua estensione superindividuale e politica.

Considero mio primo dovere riflettere sulle motivazioni dell’impegno del cristiano e della comunità cristiana, rinunciando, come del resto fa l’Esortazione, alla presentazione analitica del pensiero sociale della chiesa, tutto quanto centrato, come si sa, sul concetto cristiano di persona, da cui nascono i due principi fondamentali della sussidiarietà e della solidarietà. Del trittico “fede,speranza e carità” la virtù fondamentale è certamente la prima, essendo la speranza la fede che spera e la carità la fede che ama.

  1. 1. Gli aspetti sociali del dogma

Il titolo è ripreso pari pari da un libro famoso di H. de Lubac, che, quando uscì, suscitò molta sorpresa per la novità del suo contenuto. È il momento di ricordare che l’intimismo e l’individualismo sono un antico retaggio della religione cristiana, trasmessoci in particolare negli ultimi secoli, specialmente da quando la teologia fu separata dalla spiritualità, procurando un danno maggiore, come afferma Von Balthasar, di quello procurato dallo scisma orientale e rinnegando dissennatamente l’antica tradizione risalente ai Padri della chiesa.

Rimanendo fedeli al testo papale, possiamo insistere su tre verità particolari: la Trinità, l’operato di Gesù, il ritrovato concetto di Regno.

Anzitutto la Trinità, il dogma fondamentale della fede cristiana, su cui i Padri della Chiesa ci hanno lasciato una produzione semplicemente impressionante, che continua a illuminare l’intera nostra riflessione. Ricordiamo la nota frase di I. Kant: la Trinità è del tutto incomprensibile e, d’altra parte, se anche lo fosse, essa non serve a nulla. Qualcun altro ha parlato di un cruciverba insolubile. Niente di più errato. Intanto qualcosa di molto importante riusciamo a capire sulla base delle analogie, fra le quali a me piace sottolineare quella della famiglia. Una volta raggiunto, il concetto Trinità ci ripaga con le conseguenze che da essa promanano, soprattutto per quanto riguarda il concetto di persona (solo relazione) e l’idea stessa di comunità. Se gli Scolastici misero in luce soprattutto la consistenza, la grandezza e la dignità della persona umana, i personalisti del nostro tempo hanno sottolineato nella persona la dimensione comunitaria, prendendo atto che nella Trinità  la persona è unicamente relazione. Così ogni forma di comunità prende ispirazione dalla comunione trinitaria: della famiglia e della società sul piano naturale, della chiesa in particolare sul piano soprannaturale. “La Trinità è la migliore delle comunità”, dicono in Brasile e i russi aggiungono: “La Trinità è il nostro programma sociale”. Ma è questo il pensiero esplicito della Gaudium et spes, che al n. 24 afferma: “Il Signore Gesù, quando prega il Padre perché ‘tutti sia una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola’, aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”.

Cominciando dalla base, ovvero dalla città, a cui l’E G dedica cinque paragrafi (71-75), che sono in qualche modo il riassunto di quanto afferma il Documento di Aparecida nei nn. 509-519.

La testimonianza terrena di Gesù Cristo ha tradotto in un linguaggio umano di gesti e di parole questo modello, con un messaggio di carità, di solidarietà, di uguaglianza, di amore preferenziale per i poveri. Un paradigma espresso molto bene da un  testo de Il rinnovamento della Catechesi che raccomanda di mettere “particolarmente in luce i lineamenti della personalità di Gesù Cristo, che meglio lo rivelano all’uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, i malati, i peccatori, la sua capacità di scrutare i cuori, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di amico, la potenza capovolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità” (n. 60). J. B. Metz parla a questo proposito di “memoria pericolosa” di Cristo, che “sposò la condizione degli oppressi, degli emarginati e dei ‘modesti’”. La chiesa è chiamata a divenire “pubblicizzazione di una memoria pericolosa e liberatrice-redentiva dell’umanità, una chiesa come tradente pubblica della memoria Jesu Christi. E allora questa teologia potrebbe contribuire a far divenire vero che di questa chiesa così trasformata si possa dire che i potenti dormono più tranquillamente senza di essa”. Papa Benedetto non ha detto cose molto dissimili quando, all’inaugurazione della conferenza di Aparecida, ha affermato che la chiesa è chiamata a essere “avvocata della giustizia e dei poveri”. Per questo la ricerca del Gesù storico che avanza quotidianamente sotto i nostri occhi è da seguirsi con la massima attenzione. La vita cristiana è fondamentalmente la sequela di Gesù, il definitivo rivelatore del Padre, del Dio Trinitario. Ora Gesù non ha parlato mai di rassegnazione, ma è sempre venuto incontro alla sofferenza umana, ha amato di amore preferenziale i poveri, gli abbandonati, i peccatori, i senza voce e senza consistenza.

Dall’incarnazione all’Eucarestia il passo è breve e alle dimensioni sociali del mistero eucaristico aveva dedicato pagine memorabili Benedetto XVI nell’Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis (2007), suggerendo due iniziative: aiutare il popolo cristiano a “credere, celebrare e vivere sempre meglio [nella verità totale] il mistero eucaristico”, coniugandolo con la dottrina sociale della chiesa, anche con la pubblicazione di un apposito Compendio che ancora non si è visto (nn. 91-93) .

Quelli ricordati sono i valori sostanziali del Regno, di cui Gesù è stato l’araldo e l’iniziatore. Egli è l’uomo del Regno. La chiesa non c’è per se stessa, ma è semplicemente al servizio del Regno, di cui costituisce l’inizio. Araldo e segno. “Evangelizzare – afferma papa Francesco – significa rendere presente il Regno di Dio”. E la liturgia post-conciliare prega: “Aiutaci a costruire insieme il tuo Regno”. I cristiani sono per antonomasia i costruttori del Regno, che ha certamente un lato spirituale, ma ha anche un’altra dimensione che, come affermava J. Moltmann, non ha avuto fino a oggi la stessa considerazione della prima. Era quello il tempo della nascita delle teorie della alienazione, che il concilio Vaticano II affrontò direttamente e coraggiosamente. La teologia del Regno è totalmente incompatibile con un loro ritorno.

  1. 2. L’aggiornamento della carità

A questo punto, penso opportuno dare uno sguardo alla situazione  del mondo in cui siamo chiamati a vivere, un mondo fortemente dominato dagli pseudo-valori dell’efficienza, della massimizzazione del profitto, del consumismo incontrollato, dell’idolatria del denaro, della conseguente emarginazione di individui, classi e popoli, del libero mercato ormai divenuto l’idolo incontrastato del nostro tempo. Su tutto questo la condanna di papa Francesco non ammette mezze misure: no all’economia dell’esclusione, una economia che “uccide”;  no all’idolatria del denaro, che governa invece di servire; no all’inequità che genera violenza, come hanno ricordato eminenti studiosi come Thomas Piketty (Il capitale del XXI secolo) e il nostro Vittorio Emanuele Parsi (La fine dell’uguaglianza, 57: “Fino alla metà degli anni Settanta il differenziale tra il reddito dell’amministratore delegato e l’ultimo fattorino di una medesima compagnia non supererà il rapporto di 40 a 1. Non certo un livellamento salariale di stampo socialista, ma infinitamente meno di quel 400 a 1 che si registrerà, per esempio, nel 2007, ultimo anno precedente l’inizio della crisi”); no all’accidia egoista, al pessimismo sterile, alla globalizzazione dell’indifferenza, all’economia dello scarto; no in particolare al neo-liberismo, la teoria della ricaduta favorevole (EG 54) e della mano invisibile di Adam Smith che conferisce ai mercati un’autonomia assoluta senza controlli statali perché, si dice, i mercati producono automaticamente ricchezza per tutti (EG 56): una teoria che ha ripreso il sopravvento negli anni ’80 in Inghilterra e negli Stati Uniti. Per questo Francis Fukuyama è arrivato a parlare de La fine della storia. “Siamo lontani dalla cosiddetta fine della storia”, risponde il papa (EG 59). I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. L’attuale crisi conferma che il modello di sviluppo neo-liberista è anche economicamente fallimentare. Occorre un altro modello, che riconosca il valore insostituibile della politica, il primato dell’economia reale su quella finanziaria e del profitto sociale su quello aziendale.

L’ordine naturale dell’attività sociale illuminata dall’etica e diretta dalla politica è di fatto sovvertito. L’etica è scomparsa, la politica non è più l’attività direttiva, soppiantata com’è dall’economia e, alla fine, dalla finanza. La politica deve tornare ad avere il primato; altrettanto si deve dire dell’etica, specialmente se gli operatori economici si convinceranno che essa può anche coincidere con il loro interesse. Una sfida colossale, da cui la comunità cristiana non può sentirsi dispensata.

L’efficienza economica e solidarietà possono convivere, anzi appare sempre più chiaro che ciò che l’etica ha sempre condannato è anche economicamente improduttivo. Per il cristiano la politica è una dimensione della carità (EG 204-205), una connessione che nella chiesa parte da molto lontano e che ora più di sempre appare come uno dei pilastri della DSC. È qui che si inserisce la scelta preferenziale dei poveri, il capitolo più lungo e più prezioso dell’Esortazione  e dell’intero magistero di papa Francesco. Lo rileggo alla luce della ricerca biblica di J. Dupont, il benedettino di Bruges che ha trascorso l’intera sua lunga esistenza a studiare il problema della povertà nella Bibbia, i cui scritti ho imparato a conoscere con la mediazione di don Giuseppe Dossetti, a cui si deve particolarmente il breve paragrafo del n. 8 della Lumen gentium, dedicato al nostro argomento. Si sa quanto questo principio sia stato alla base del pensiero teologico, degli orientamenti magisteriali e della prassi pastorale delle chiese latino-americane. Papa Francesco evidentemente ha vissuto di persona questa atmosfera, riemersa fortemente all’assemblea di Aparecida, di cui egli ebbe incarichi di primo piano, specialmente nella stesura delle sue conclusioni. Si dice giustamente che per capire a fondo l’esortazione EG bisogna passare attraverso lo studio di questo documento.

Per una esposizione ordinata, è necessario anzitutto capire chi sono i poveri per la Bibbia. I re dei tempi di Abramo, come Hammurabi, erano e si gloriavano di essere i difensori dei poveri. Tale è anche il Dio biblico, coi suoi provvedimenti e i suoi insegnamenti di cui si potrebbe citare un lungo elenco già nel primo Testamento. Basterebbe pensare all’istituzione dell’anno sabbatico e del giubileo. Preferenza, non esclusività, dovuta semplicemente alla loro personale situazione e, soprattutto, all’amore di Dio. E, pensando al Regno futuro, si attende che il Messia inviato di Dio instauri un nuovo ordine in favore dei poveri. Tale era il messaggio dei profeti: quando verrà il Regno, la loro povertà finirà. Dupont legge in questo senso i testi del NT relativi al nostro argomento, in particolare il testo kerigmatico delle Beatitudini. Nel Regno la povertà è destinata a finire, perché i poveri saranno i privilegiati. (Cf. il libro di un musulmano Muhammad Yunus, Un mondo senza povertà, dedicato “A tutti coloro che vogliono creare un mondo in cui non ci sia più neanche un povero”). Madre Teresa di Calcutta ha aggiunto un codicillo prezioso: “Ho scelto i più poveri fra i poveri”. Per papa Francesco, “senza l’opzione preferenziale per i più poveri, ‘l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone’ (NMI 50)” (EG 197).

È qui che affonda l’appello alla politica, da considerarsi “una delle forme più preziose della carità”. Carità politica. “Dobbiamo convincerci che la carità ‘è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici politici’ (Car. in ver.)”. La lotta è anche contro le strutture di peccato.

Una spiritualità intimistica e individualistica non ha mai avuto, meno ancora ha ora, diritto di cittadinanza: EG 262. A questi spiriti dimentichi della terra Péguy rivolgeva parola di fuoco: “Non basta abbassare il temporale per innalzarsi nella categoria della grazia. Non basta abbassare il mondo per salire nella categoria di Dio… Poiché essi non hanno la forza (e la grazia) di essere della natura credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno credono di amare Dio”. Poesia impegnata, poesia profetica.

Presentato come un nuovo segno dei tempi dal documento di Santo Domingo, anche il campo dei diritti umani interpella la nostra attenzione (v. Pacem in terris 1963). Quanto segue è forse un testo più utile per noi che per i sudamericani: “I diritti umani sono violati non solo attraverso il terrorismo, la repressione, gli assassini, bensì anche attraverso l’esistenza di condizioni di estrema povertà e di strutture economiche ingiuste che generano grandi disuguaglianze. L’intolleranza politica e indifferenza di fronte alla situazione d’impoverimento generalizzato mostrano un disprezzo nei confronti  della vita umana concreta che non possiamo passare sotto silenzio” (n. 167).

“La solidarietà – aveva detto Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis – non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (n. 38).

Sulla responsabilità, recenti pensatori ebrei (Lévinas e Jonas) hanno svolto riflessioni impegnative. Pensieri condivisi da papa Francesco e sviluppati poi ampiamente  nell’enciclica Laudato si’ alla luce di un’aggiornata teologia della creazione. Ha colpito particolarmente il concetto di ecologia integrale, perché, come avvertono ormai gli scienziati, “tutto è relazione e nulla esiste al di fuori della relazione” (Werner Heisenberg). (Cf. n. 92).

È politica questa? Una distinzione necessaria. La chiesa rinuncia alla politica tecnica, concreta, partitica, che spetta ai laici, i quali l’attuano alla luce dei principi del Vangelo sotto la loro responsabilità: i principi rimangono di spettanza della gerarchia, anzi della chiesa come tale. Però l’EG precisa meglio il contenuto di questa: “Gli insegnamenti della chiesa sulle situazioni contingenti sono soggetti a maggiori o nuovi sviluppi e possono essere oggetto di discussione, però non possiamo evitare di essere concreti – senza pretendere di entrare in dettagli – perché i grandi principi sociali non rimangano mere indicazioni generali che non interpellano nessuno” (n. 182). Qualcosa del genere aveva già detto Paolo VI nella OA: “Se [l’insegnamento sociale] non interviene per autenticare una data struttura o per proporre un modello prefabbricato, non si limita neppure a richiamare alcuni principi generali” (n. 42). In ogni caso il pluralismo va rispettato. Una condizione che non vale per la critica, la quale non può che essere puntuale.

Così la gerarchia deve rispettare l’autonomia dei laici, i quali, per loro parte, rimangono tali e non abdicano con troppa facilità al loro dovere fondamentale per scelte di tipo clericale. “La tentazione del clericalismo – afferma con forza il papa – è uno dei mali della chiesa. È un male complice perché ai preti piace la tentazione di clericalizzare i laici, ma tanti laici, in ginocchio, chiedono di essere clericalizzati, perché è più comodo. E questo è un peccato a due mani” (Discorso al Corallo del 23 marzo 2014). Il documento di santo Domingo  chiede ai laici di essere “protagonisti della nuova evangelizzazione, della promozione umana e della cultura cristiana. È necessaria una costante promozione del laicato, libera da ogni clericalismo e senza riduzione all’ambito intra-ecclesiale” (n. 97).

  1. 3. Speranza

L’ordine oggettivo delle tre virtù teologali è quello stabilito da sempre; per questo è necessario conservare il primo posto alla fede. Tuttavia le condizioni attuali della nostra società possono anche permetterci di collocare la speranza al primo posto. Un tempo, si dice, non solo senza speranza, ma anche senza futuro: no future, era scritto sulle maglie dei nostri giovani, come rilevava Giovanni Paolo II. Il futuro, ogni futuro, sembra sparito dai nostri orizzonti. Che fine ha fatto il futuro? È il titolo di un libro recente del sociologo Marc Augé. Non ci sono speranze umane, meno che mai c’è la speranza cristiana. Per ricostruire il futuro escatologico, c’è allora da ricostruire il futuro storico. Il grido di allarme di papa Francesco va preso in tutta la sua estensione: “Non lasciamoci rubare la speranza!” (EG 86). Un invito drammatico appena preceduto da una constatazione ugualmente drammatica di John Henry Newman: “Il mondo cristiano sta diventando sterile e si esaurisce come una terra, come una terra super sfruttata che si trasforma in sabbia”. Possiamo rassegnarci a essere una generazione sterile? Un popolo friabile, come le figure dei bambini costruite con la sabbia sulle rive del mare?

La chiesa ereditata dal passato è la chiesa della speranza. C’è oggi un certo ritorno alla speranza. Merito soprattutto del concilio Vaticano II, della teologia della speranza (accompagnata dalla teologia politica), preceduta da una suggestiva filosofia della speranza (anche di parte cattolica), dalla teologia della liberazione e della teologia del  popolo, dall’opera meravigliosa di un grande poeta, che ormai rimane per definizione il poeta della speranza: Charles Péguy. Si tratta di un atteggiamento fondamentale dell’uomo: non si può vivere senza speranza. “La Fede è una Chiesa, una cattedrale,/ La Carità è un ospedale, un ospedale maggiore/ che raccoglie tutte le miserie del mondo./ Ma senza Speranza, tutto sarebbe un cimitero” (Péguy).

Per questo l’evangelizzazione non può essere che un annuncio di speranza, il Vangelo della speranza.

Papa Francesco ragiona sullo sfondo della Gaudium et spes, che contiene una esaltante teologia della seconda virtù. C’è un fatto significativo tutto a nostro sfavore. È dato per certo che l’odierna “filosofia della storia è nata dalla laicizzazione del modello escatologico biblico” (Karl Loewit). Ora è strano che una filosofia, derivata dalla speranza escatologica cristiana, sia riuscita a galvanizzare intere nazioni e interi continenti e che invece noi, detentori del modello originale, non riusciamo a comunicare agli uomini il brivido della speranza di cui ci consideriamo portatori. C’è oggi un ritorno della speranza che dobbiamo valorizzare e completare col nostro comportamento. Tenendo presente che si tratta di un ritorno aggiornato in diversi aspetti, in particolare per quanto riguarda la totalità e la storicità.

Dobbiamo leggere la Genesi alla luce dell’Apocalisse: la creazione, dono e compito, va portata al suo compimento anche per opera dell’uomo. L’uomo è collaboratore di Dio nell’opera della creazione: il passaggio dalla prima alla seconda creazione non avviene senza l’opera dell’uomo, chiamato alla dignità di partner di Dio, in qualche modo di con-creatore. Dio non fa mai niente da solo. Ha voluto aver bisogno delle sue creature, senza gelosie, come il dio pagano. La sua gelosia è d’altro genere.

Paolo esalta, descrivendola, la speranza. Pietro ne traccia un programma di vita quanto mai attuale: rendere ragione della speranza. Come? Col distacco (povertà),la gioia, la novità, l’anticipazione e la preparazione. Un impegno, quest’ultimo, di tutti ma in particolare specialmente dei laici. LG 35: I laici “non tengano quindi nascosta nel segreto del cuore questa speranza, ma la esprimano anche nelle strutture della vita secolare, con la continua conversione e la lotta contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male’ (Ef 6, 12).

“Si può pensare legittimamente che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (GS 31).

Il distacco fra spiritualità e impegno terrestre va superato decisamente. Se rimangono dei dubbi, si torni a rileggere i capitoli della Gaudium et spes, forse, si direbbe, fin troppo duri contro gli inadempienti. E si faccia tesoro della liturgia nata in conseguenza di questa fresca e suggestiva teologia conciliare. Una preghiera del Breviario nel tempo di Pasqua: “Tu che comandi di attendere operosi la tua venuta nella gloria, fa’ che quanto più attendiamo i cieli nuovi e la terra nuova, tanto più lavoriamo per il progresso e la pace”.

L’equilibrio oggi esiste: è quello che ci hanno trasmesso il concilio e il post-concilio. La polemica fra escatologisti e incarnazionisti è per noi un ricordo, perché è per sempre finita sui banchi del concilio Vaticano II, direi sostanzialmente con la vittoria di questi ultimi. Il richiamo è ripreso e ripetuto nella parte finale del documento di papa Francesco. Al n. 262 di EG troviamo scritto: “Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo”. Un’indicazione di vita ribadita, specialmente nella prima parte, recentemente nel discorso tenuto da papa Francesco nella baraccopoli di Asuncion: “Una fede che non si fa solidarietà è una fede morta o una fede bugiarda. Nonostante tutte le messe della domenica, se non hai un cuore solidale, se non sai quello che succede al tuo popolo, la tua fede è molto debole o è malata o è morta. È una fede senza Cristo. La fede senza solidarietà è una fede senza Cristo, è una fede senza Dio, è una fede senza fratelli. […] E Gesù non ha avuto nessun problema di scendere, umiliarsi, abbassarsi, fino a morire per ciascuno di noi, per questa solidarietà di fratello, solidarietà che nasce dall’amore che aveva per suo Padre e dall’amore che aveva per noi. Ricordatevi: quando una fede non è solidale o è debole o è malata o è morta, non è la fede di Gesù. […] Forse il messaggio più forte che voi potete dare all’esterno è questa fede solidale. Il diavolo vuole che voi litighiate fra di voi perché così divide e vi sconfigge e vi deruba della fede. Solidarietà da fratelli per difendere la fede. Inoltre che questa fede solidale sia messaggio per tutta la città”.

Uno dei tratti costanti dell’attuale pontificato è il richiamo alla straordinarietà dei tempi che stiamo vivendo e, di conseguenza, da parte nostra, alla necessità di parole forti, di comportamenti personali e collettivi eroici, di segni straordinari e ben visibili. Un tempo, dunque, di grandi pensieri e di grandi programmi, un tempo decisamente impegnato a vincere la nostra mediocrità e la conseguente nostra tristezza. Una chiesa, cominciando, come indica il papa richiamando per l’occasione l’insegnamento di Paolo VI, da quella locale, che punta verso l’alto, che fa tesoro di tutti i doni che il Signore le ha dato, lontano dalla battigia della pigrizia e della insignificanza, nelle cui sabbie mobili rischiamo di impantanarci sempre di più. Una chiesa, per chi non l’avesse ancora capito, a cui ci chiama lo Spirito Santo per mezzo di un papa straordinario, venuto dalla fine del mondo. Il treno va preso al suo primo passaggio, dopo potrebbe essere troppo tardi.

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Diocesi di Pistoia – XXVIII Settimana Teologica

Da Lunedì 31 Agosto a Venerdì 4 Settembre 2015 alle ore 17,15

Evangelii gaudium

Il tracciato di una “Chiesa in uscita”

Seminario Vescovile – Via Puccini, 36 – Pistoia

Presiede Mons. Fausto Tardelli. Modera Giordano Frosini

Calendario

Lunedì 31 Agosto

Introduzione: Mons. Vescovo Fausto Tardelli

“La gioia del Vangelo”

Martedì 1 Settembre

Gianfranco Brunelli: Direttore della rivista “Il Regno”

Le sfide della Chiesa attuale

Mercoledì 2 Settembre

Dario Vitali: della Pontificia Università Gregoriana

La chiesa missionaria

Giovedì 3 Settembre

Rosanna Virgili: dell’Istituto Teologico Marchigiano

Il principio misericordia

Venerdì 4 Settembre

Giordano Frosini: della Facoltà Teologica  dell’Italia centrale

La dimensione sociale dell’evangelizzazione

Conclusioni operative

Mons. Fausto Tardelli - Vescovo di Pistoia


Ad ogni relazione seguirà una discussione a cui tutti sono invitati.
Durante le giornate saranno disponibili le pubblicazioni riguardanti gli argomenti trattati, in particolare quelle curate dai relatori, e delle Settimane teologiche del passato

L’esortazione e l’invito del Vescovo

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.” Questo formidabile “attacco” dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium” di Papa Francesco “ (n.1) ci da lo spessore di quest’uomo venuto dall’altra parte del mondo come successore dell’apostolo Pietro.

È una vera “riforma” in senso missionario, quella cui il Papa invita la chiesa tutta, chiamandola a porsi “in uscita”. Siamo consapevoli che nei nostri paesi di antica cristianità, la chiesa porta su di sé la polvere dei secoli e la stanchezza di una rete gettata già tante volte inutilmente. Le nostre parrocchie rischiano di rimanere soffocate dentro un “si è sempre fatto così” che mortifica lo Spirito oppure dentro una congerie di iniziative che non vanno all’essenziale.

È un sogno, quello che questo Papa ci presenta. Un sogno che vuol condividere con noi ed è il sogno stesso di Cristo, fin dalle origini. “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.” (EG 27)

La Settimana Teologica del 2015 vuole prendere sul serio questo sogno bello, intende farlo proprio e rifletterci sopra per contribuire anche con una intelligenza illuminata dalla fede, alla riforma missionaria della diocesi, proprio all’inizio del prossimo cammino triennale.

† Fausto Tardelli

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LA DIOCESI DI PISTOIA
INVITA ALLA
XXVII SETTIMANA TEOLOGICA
DA LUNEDI 2 SETTEMBRE A SABATO 7 SETTEMBRE 2013

LA CHIESA E’ DI TUTTI
Partecipazione Corresponsabilità Sinodalità

LE LEZIONI SI TERRANNO IN SEMINARIO VESCOVILE
VIA PUCCINI 36 PISTOIA

QUESTO IL PROGRAMMA

Lunedì 2 Settembre ore 17,15
Saluto del Vescovo
MONS. MANSUETO BIANCHI

GIORDANO FROSINI
della Facoltà Teologica dell’Italia centrale
La sinodalità, un segno dei tempi

Martedì 3 Settembre ore 17,15
FRANCO GARELLI
dell’Università di Torino
Una situazione in divenire

Mercoledì 4 Settembre ore 17,15
MARIA TERESA FATTORI
della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna
Dal “Concilio” di Gerusalemme al Vaticano II

Giovedì 5 Settembre ore 17,15
BASILIO PETRÀ
della Facoltà Teologica dell’Italia centrale
La sinodalità delle chiese ortodosse

Venerdì 6 Settembre ore 17,15
DARIO VITALI
della Pontificia Università Gregoriana
Primato e collegialità

Sabato 7 Settembre ore 9,15
SEVERINO DIANICH
della Facoltà Teologica dell’Italia centrale
Sinodalità nella chiesa locale

Conclusioni
MONS. MANSUETO BIANCHI
Vescovo di Pistoia
“La chiesa ha nome sinodo”

La sinodalità è il segno dei tempi forse più impellente che bussa nei nostri giorni alle porte della chiesa. L’uomo di oggi, anche il cristiano, vuole prendere parte alle direttive che lo riguardano, vuol vedere con i propri occhi. Inutile ripetere quanto da più parti è stato detto a questo proposito: su questo fronte la chiesa si gioca il suo presente e il suo futuro. Ma questo è anche quanto lo Spirito Santo le domanda oggi con forza e insistenza. Ora è il tempo favorevole, questi sono i giorni della salvezza, da non sprecare nella banalità e nella irresponsabilità. Il tempo delle grandi decisioni. Un impegno grandioso che dovrebbe sollecitare le volontà di tutti i cristiani, in particolare dei giovani e, naturalmente, di coloro che lo Spirito Santo ha posto a reggere la santa chiesa di Dio.
Il passato ci offre molte indicazioni di lavoro, perché la chiesa nei suoi tempi migliori ha avuto momenti di vera corresponsabilità da parte dei suoi fedeli e, nonostante tutto, ha saputo conservare nel tempo forme di autentica partecipazione e sinodalità. Si tratta di riprendere il cammino, recuperare il tempo perduto, valorizzare a pieno con questo spirito tutti gli spazi dell’organizzazione e della spiritualità della comunità cristiana. Un impegno di tutti. Soprattutto mettiamo tutta la nostra attenzione e la nostra volontà per realizzare la sinodalità nelle diocesi e nelle parrocchie, la sinodalità per noi più familiare e più concreta. È da questa che si valuta il nostro amore alla chiesa e la nostra partecipazione alla sua vita e alla sua missione. Ancora una volta, il nostro amore per la chiesa si misurerà non tanto sulla base della nostra difesa per quello che attualmente è, quanto piuttosto sulla nostra partecipazione affettiva ed effettiva affinché essa diventi quello che ancora non è e che invece dovrebbe essere. Questa e non un’altra è la vera chiesa del concilio: il suo nome più bello è oggi quello di sinodo.

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PRESENTAZIONE XXVI° SETTIMANA TEOLOGICA DIOCESANA

Anno 2012

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Pistoia,

con il prossimo mese di Settembre inizierà un nuovo anno pastorale, nell’ambito del programma che la nostra Chiesa si è data e che abbiamo cominciato a percorrere dal 2011. Ci farà da “porta d’ingresso” nel nuovo anno la Settimana Teologica che vengo a presentare.

Penso che tutti la sentiamo come un patrimonio grande ed un tratto d’identità che accompagna da 26 anni il cammino della nostra Chiesa. Certo si nota qualche tratto di stanchezza e di fatica: questo chiede, non di lasciar cadere un momento di così grande importanza, ma uno sforzo di ripensamento e di rilancio, cui non intendiamo certo sottrarci ed al quale abbiamo iniziato a lavorare.

Quest’anno la settimana teologica si apre su due fronti, che appartengono del resto al cammino della Chiesa: l’attenzione al Sinodo dei Vescovi sulla Evangelizzazione, che si terrà ad Ottobre ed il percorso dell’Anno della Fede che il S. Padre ha indetto nel 50° di inizio del Concilio Vaticano II e nel 20° della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.

La dimensione dell’Evangelizzazione connoterà fortemente così l’intero anno, come la lettera del Papa “Porta Fidei” sottolinea.

Mi pare importante e costruttivo che la nostra Chiesa di Pistoia, portando avanti un programma pastorale fortemente impegnato sulle possibilità e risorse della evangelizzazione verso le famiglie ed attento al percorso di fede della Iniziazione Cristiana, si misuri e si coinvolga sul tema di questa XXVI Settimana Teologica “La Chiesa evangelizza esistendo”.

Chiedo perciò, con insistenza e fiducia, la partecipazione dei Presbiteri e dei Diaconi, delle Religiose e dei Religiosi, dei Seminaristi; chiedo la presenza attiva dei laici, particolarmente di coloro che svolgono un compito di formazione e di collaborazione nella nostra Chiesa: i Catechisti, gli Insegnanti di Religione, gli operatori della Carità e della Liturgia, i membri dei Consigli Pastorali.

Ringrazio di cuore Mons. Giordano Frosini e quanti con lui hanno collaborato alla realizzazione della “Settimana”, nella speranza di ritrovarci insieme a questo appuntamento di vita ecclesiale.

Pistoia 5 Luglio 2012

Mansueto Bianchi
Vescovo di Pistoia

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XXVI Settimana Teologica, Diocesi di Pistoia
Da Lunedì 3 Settembre a Venerdì 7 Settembre 2012
La Chiesa evangelizza esistendo
Seminario Vescovile – Via Puccini, 36 – Pistoia Ore 17,15

Lunedì 3 Settembre 2012
Saluto del Vescovo Mons. Mansueto Bianchi
Apertura dei lavori: Giordano Frosini Direttore della Settimana
Franco garelli dell’Università di Torino
Religione all’italiana: analisi e prospettive

Martedì 4 Settembre 2012
GIORDANO FROSINI della Facoltà Teologica dell’Italia centrale
Le leggi dell’evangelizzazione

Mercoledì 5 Settembre 2012
DARIO VITALI della Pontificia Università Gregoriana
Dalle missioni alla missione

Giovedì 6 Settembre 2012
ARMANDO MATTEO della Pontificia Università Gregoriana
Il costo dell’evangelizzazione

Venerdì 7 Settembre 2012
GIUSEPPE LORIZIO della Pontificia Università Lateranense
L’atrio dei gentili

Conclusioni – Mons. Mansueto Bianchi Vescovo

INFO: Tel. 0573.976133 – 0573.308372

Sito internet: www.diocesipistoia.it, www.settimanalelavita.it

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XXV Settimana Teologica, Diocesi di pistoia

DA LUNEDÌ 5 SETTEMBRE A VENERDÌ 9 SETTEMBRE 2011
Una Chiesa in cammino
presso il SEMINARIO VESCOVILE Via Puccini, 36 – Pistoia Ore 17,15

Conclusioni

La XXV Settimana Teologica ha trattato temi di fondo che non possono non interessare la pastorale della chiesa: il tema di Dio anzitutto che, per opera dei santi del nostro tempo, del popolo cristiano e di coloro che hanno ricevuto il carisma certo della verità, ha subito una vera e propria rivoluzione, tutta quanta incentrata sull’ultima rivelazione “Dio è amore”, con conseguenze teoriche e pratiche che non si possono più ignorare, anche perché la comunità cristiana è di nuovo accerchiata dall’ateismo (soprattutto di tipo scientifico), dal fenomeno dell’idolatria e della indifferenza. La scienza è di nuovo radice di ateismo, insieme alla rivendicazione piena della libertà, tipica dell’epoca moderna, e alla presenza pervasiva del male. Anche la catechesi più ordinaria non può prescindere da queste motivazioni; si rischia altrimenti di non essere più ascoltati da tutti, in particolare dai giovani. Con Dio, altro tema di fondo è stato quello della Chiesa, che attende ancora, a quasi cinquanta anni di distanza, di realizzare pienamente il dettato conciliare in favore di una chiesa viva, attiva, partecipata, corresponsabile, sinodale; la sua presenza nella storia è necessaria perché essa è la comunità del Verbo che si è fatto carne. È tempo per questo di ritornare al pensiero sociale della chiesa, che gli ultimi papi, dopo il Concilio, ci hanno presentato come parte essenziale dell’evangelizzazione e parte integrante della teologia morale. L’intimismo, l’individualismo, lo spiritualismo sono autentici pericoli per la comunità cristiana, tentazioni che ricorrono specialmente nei tempi di crisi, come il nostro, ma che dobbiamo combattere e vincere in nome di una concezione completa della fede cristiana. I temi sono stati accettati nella loro sostanza, alcuni fraintesi iniziali sono stati superati nel proseguio delle giornate, da considerarsi non come una distruzione di quanto ora già esiste, ma come un approfondimento, un aggiornamento di quanto ora c’è, per la ricerca di un entusiasmo di cui si avverte il calo ai nostri giorni. L’assenza dei giovani, di molta parte del presbiterio, dei catechisti e di non pochi insegnanti di religione costituisce la parte negativa di queste giornate. È chiaro che in questo modo, mancando delle sue cinghie di trasmissione, la Settimana perde gran parte del suo significato, fino al punto di farci porre la domanda se non sia il caso di interromperla o per lo meno di porre il problema all’ordine del giorno. Questi vuoti sono stati notati da tutti, pubblicamente e privatamente. Al Vescovo sottoponiamo queste annotazioni che vengono approvate dall’intera assemblea, perché sia aperta una discussione spregiudicata e si trovi possibilmente una soluzione ragionevole e comune. Per ora i futuri programmi rimangono sospesi.- Lunedì 5 Settembre 2011  SAVERIO XERES   della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale   con: I sentieri interrotti del post-concilio italiano.

- Martedì;6 Settembre 2011   SERENA NOCETI  della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale con: Per una chiesa Sinodale e partecipata

Come ormai siamo abituati a sopportare, la settimana teologica scuote le nostre coscienze e ci costringe a rimetterci in discussione. Dopo i primi due interventi abbiamo capito che la mancata realizzazione del Concilio dipende anche dall’impegno che il popolo di Dio, tutti noi, non siamo riusciti a concretizzare. Se i sentieri si sono interrotti, come sosteneva Serena Noceti ieri sera, dipende dai processi comunicativi che non sono stati multi direzionali. Il Concilio avrebbe dovuto interrompere quella forma piramidale scaturita dal Concilio di Trento per creare una chiesa “sinodale”: di cammino assieme. Questi meccanismi di comunicazione, di annuncio all’esterno e all’interno dei fedeli, non sono stati effettivamente coinvolgenti. La soluzione proposta dalla relatrice, vicepresidente dell’associazione dei teologi italiani, e di agire partendo dal capitale umano disponibile. Tanti sono i doni che i cristiani possono offrire agli altri. Superfluo stabilire un programma e dopo cercare le energie per realizzarlo. Partiamo invece dalle aspirazioni di coloro che vogliono impegnarsi per realizzare un programma, non dato a priori, ma realizzato tout court.

- Mercoledì 7 Settembre 2011   GIORDANO FROSINI  della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale con: Alla ricerca del Dio vivo.
Dio è amore, questo il messaggio sconvolgente recepito dalle parole di Don Frosini. Un Dio rivoluzionato, così come scaturisce dal Vangelo. Occorre abbandonare definitivamente un Dio vendicativo che sovrasta e dirige la vita dell’uomo, così come ci è pervenuto dal primo testamento. La paura di Dio ha generato l’ateismo. Dio ci ha creato per amare, per la nostra felicità. La nostra salvezza è riuscire ad essere come lui. I comandamenti non sono leggi e precetti, al contrario, sono monito e consiglio. Dio non comanda nulla, ci indica la strada. Gesù dice ai teologi nel tempio: “il mio Dio non è il vostro. Dio è umile. Egli si incarna e fa una scelta per i poveri. Dio si pone al servizio della comunità dei suoi membri più deboli. I poveri sono sempre tra di noi ed impegna l’intero popolo cristiano. Anche nell’impegno politico, Don Frosini, ci esorta, non importa quale schieramento, ma non possiamo abdicare alle basi della nostra fede. Per questo  la scelta dei poveri è un principio non negoziabile.

- Giovedì 8 Settembre 2011   FILIPPO PIZZOLATO  dell’Università di Milano con:  La chiesa nella storia: riflessioni attuali sul pensiero sociale cristiano.

- Venerdì 9 Settembre 2011  SIMONE MORANDINI  della Facoltà Teologica del Triveneto con Creazione ed evoluzione senza Dio?
CONCLUSIONI

Presentazione del Vescovo Mons Mansueto Bianchi Continua a leggere XXV Settimana Teologica, Diocesi di pistoia