Eventi

La Resurrezione non è una riviviscenza

La risurrezione è certamente un mistero e perciò non sarà mai totalmente compresa da noi, qui sulla terra. Questo però non significa che non possiamo avere alcune idee chiare su di essa e soprattutto non confonderla, come ancora succede spesso, con la reviviscenza. Fra la risurrezione di Gesù e la cosiddetta risurrezione di Lazzaro c’è una differenza sostanziale e abissale. Metterle sullo stesso piano è immettersi in una strada senza sfondo e privarci del loro vero significato. Lazzaro non è propriamente risorto ma semplicemente richiamato in vita: nella stessa vita di prima, tanto è vero che, finiti i suoi giorni, egli è dovuto morire come tutti gli altri esseri umani. Gesù invece, una volta risorto, superate le barriere della morte, è entrato per sempre in un’altra dimensione, quella dell’incontrollabile eternità e non morirà più, non potrà più morire, perché collocato per sempre nel regno della vita, dal quale niente e nessuno lo potrà mai strappare.
È questa una delle prime certezze da cui partire. Oggi si parla di cristianesimo pre-moderno e di cristianesimo moderno. Il passaggio è un obbligo generale. Nessuno è autorizzato a ignorare quello che ai nostri giorni è chiaramente detto per tutti. L’arte del passato (e anche, almeno in parte, quella di oggi) è contraria a questa elementare constatazione. I pittori, anche i grandi pittori come Piero della Francesca, raffigurano il Cristo che esce vittorioso dal sepolcro con uno stendardo in mano. Una figura meravigliosa e potente che incarna visibilmente una forza sovrumana, ma teologicamente sbagliata. Artisticamente bellissima, un autentico capolavoro, teologicamente un errore madornale e fuorviante. In qualche modo l’errore si può anche capire perché l’artista per dare corpo alla sua idea ha bisogno di un’immagine visibile che egli riveste dei colori della sua tavolozza (l’opera artistica consiste propriamente in un’idea scolpita o riprodotta nella materia), c’è però da ricordare con ammirazione almeno un pittore che si comporta diversamente e che nei suoi dipinti mostra soltanto le apparizioni di Gesù, in particolare quella che, secondo il quarto evangelista, è la prima, cioè l’apparizione alla Maddalena, che poi sarà incaricata di portare il grande annuncio ai discepoli ritornati delusi e confusi alle loro case.
I racconti evangelici vanno saputi leggere, perché si tratta di testi scritti duemila anni fa in generi letterari da interpretare severamente, nessuno di essi però descrive il momento della risurrezione perché non si trattava di un fatto fisico, naturale, materiale e, come tale, riproducibile. Come è stato detto: se ci fosse stato un apparecchio fotografico, di portata anche straordinaria e di altissima precisione, non avrebbe ripreso nulla perché il mondo dello spirito sfugge a tutti i nostri mezzi di constatazione. Solo qualche vangelo apocrifo si abbandona a descrizioni del genere, ma anche per questo essi sono stati scartati dall’elenco canonico dei libri ispirati. I vangeli veri di questo momento non dicono assolutamente nulla.
Se come prova della risurrezione si esclude anche la tomba vuota (un segno di per sé ambiguo e sottoponibile a diverse interpretazioni, come quelle del furto o del trafugamento, reperibili negli stessi vangeli), non rimane altro che far leva sulle apparizioni di Gesù, a cui rende omaggio l’apostolo Paolo nel testo più sobrio e più vicino al fatto stesso dell’avvenuta risurrezione: “A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè ‘che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici’. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli, la maggior parte di cui vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”.
Paolo scrive ai Corinti verso la metà degli anni ’50, non più di quindici anni dopo la risurrezione. La Palestina brulica dovunque di nemici di Gesù, Paolo li sfida: Andate a sentire quelli cui Gesù è apparso, fra questi ci sono anch’io. Testimoni che non mentiscono perché tutti confermeranno col proprio sangue la verità delle loro affermazioni. Pascal poteva dire: Io credo senza difficoltà a coloro che muoiono per le loro attestazioni.
Possiamo sostare qui, anche se le apparizioni del Risorto impongono criteri altrettanto severi di lettura. Ma la sostanza della notizia balza sicura da queste affermazioni. A una madre che mi diceva in questi giorni: Mio figlio non crede alla risurrezione di Gesù proprio perché nessuno lo ha visto risorgere, rispondevo: Dica a suo figlio che domandi ai professori che glie l’hanno insegnato, se i personaggi storici hanno tante testimonianze quante ne può sommare Gesù fino ai nostri giorni. Perché la notizia è arrivata fino a noi e a tutti la ripetiamo con immutata certezza. Cristo è risorto. L’oriente e l’occidente lo gridano insieme fino agli estremi confini della terra. Perché la speranza dell’umanità non venga mai meno.
Giordano Frosini

Le quattro notti della Pasqua

È certo che ai tempi di Gesù la celebrazione pasquale contemplasse il ricordo non solo del passaggio del Mar Rosso, ma di quattro notti che, unite insieme, riassumevano le date fondamentali dell’intera storia della salvezza, dal suo principio alla sua fine: la notte della creazione, quando Dio con la sua parola onnipotente trasse dal nulla tutte le cose; la notte della elezione di Abramo, quando Dio contrasse col padre dei credenti il patto di alleanza; la notte della traversata del Mar Rosso, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana e portato incolume nella terra promessa; e finalmente la notte escatologica, la notte della venuta del Messia e del compimento finale delle promesse divine: una notte sospesa nell’ignoto futuro di cui l’intera umanità rimaneva in trepida e fiduciosa attesa.
Tutta la storia riassunta in un ricordo unico per rendere presente e rivivere il passato e rimanere in rinnovata attesa di quanto Dio aveva promesso con i suoi gesti e le sue parole. Una notte simbolo in cui si concentra l’opera del Dio della salvezza e della liberazione e chiama a raccolta il popolo ebraico e insieme a lui l’intera umanità. Una lunga storia in cui i secoli e i millenni, apparentemente slegati e dispersi, vengono invece allineati per ri-presentare il piano rinnovatore di Dio dopo l’intervento disgregatore  dell’uomo. La storia di Dio dopo la storia dell’uomo, di cui hanno reso imperitura testimonianza i primi undici capitoli della Bibbia. Riunito in preghiera nella notte più grande e più santa dell’anno, il popolo celebra in festa e col canto le meraviglie di Dio che, nonostante tutto, rimane instancabile a fianco dell’uomo.
Perché, ripensando a tutto questo, non si riducono a tre, le prime tre, le letture bibliche riportate nel Messale Romano, dedicate appunto alla notte della creazione, di Abramo e del “miracolo” del mare asciutto e così dirigere insieme la riflessione comune verso la quarta notte, la notte della fine, che, per i cristiani a differenza degli ebrei ancora in attesa, è riconoscibile nella notte fra quel sabato e quel primo giorno della settimana, in cui essi presero atto del più grande fatto della storia umana? La celebrazione ne guadagnerebbe  in brevità e rigore storico, ma soprattutto ci congiungerebbe direttamente a tutta la nostra storia, fino alla sua conclusione. Il “tutto è superiore alla parte”, ci dice papa Francesco nell’Evangelii gaudium. Da sempre la liturgia ri-presenta, cioè rende presente, il passato, quasi strappandolo al tempo e anticipa il futuro, ne è pregustazione, annuncio e caparra (Sacramentum futuri).
Ricordando poi che anche il popolo cristiano è in attesa (un tratto, questo, che avvicina l’ebraismo al cristianesimo più di quanto si pensa normalmente dall’una e dall’altra parte),  perché l’opera di salvezza è cominciata ma attende ancora il suo compimento, il racconto  della pasqua continua ancora. Sa bene il cristiano che il mondo non è ancora del tutto cambiato come dovrebbe essere, lui che porta nelle sue stesse carni il segno del peccato e del male in tutte le sue svariate forme, però, a differenza dell’ebreo, sa che il Figlio di Dio è venuto e ha immesso nella storia una forza nuova (lo Spirito Santo), che sta fermentando come un fiume carsico la terra che calpestiamo coi nostri stessi piedi e il cielo che contempliamo coi nostri occhi incantati.
C’è del vero nella storia del rabbino che, alla notizia della venuta del Messia, si affacciò alla finestra e, vedendo che il mondo andava come prima, concluse sulla falsità di quanto gli era stato detto. C’è del vero, ma guardando soltanto dall’alto in basso, egli non riuscì a vedere la luce dello Spirito Santo che dall’alto sovrasta e illumina il travagliato cammino dell’uomo. Una differenza affatto non trascurabile: il cammino è lo stesso, ma le condizioni sono sostanzialmente diverse. Nella lotta contro il male l’uomo non è solo, perché Dio lotta con lui.
Una notizia confortante, ma anche un impegno che domanda la nostra responsabile collaborazione. Il Regno di Dio ha cominciato la sua esistenza duemila anni fa, dallo stesso tempo il figlio ha inviato i suoi discepoli a portare a tutti il lieto annuncio della salvezza. Egli tornerà un giorno per noi ignoto, ma l’attesa, il tempo intermedio, il tempo del “già e non ancora” è il tempo del lavoro, della testimonianza, del cambiamento. La comunità cristiana nel tempo della sua esistenza ha fatto tutto il possibile perché questo avvenga? Nella notte di pasqua, la notte della celebrazione e dell’attesa, la domanda si ripropone con tutta la sua forza. Il nostro non è il tempo del rimprovero, pure largamente meritato, ma piuttosto il tempo dell’esortazione e del coraggio, il tempo della ripresa dopo le immancabili, sempiterne delusioni, dovute alle nostre ripetute infedeltà e alle nostre invincibili pigrizie. Tutte le apparizioni di Gesù risorto ai suoi discepoli, nei racconti evangelici, sono collegate con un invio e una missione. Perché l’incontro con Gesù non è fine a se stesso, ma un invito a trasmettere dovunque l’annuncio della salvezza. L’incontro con lui nella notte di Pasqua avrà per noi la stessa conclusione?
Giordano Frosini

Riflessioni pasquali

Anche se mediocremente informato, il cristiano sa che la pasqua è l’evento più grande dell’anno liturgico. Nostro dovere, per noi e per gli altri, è riviverlo nel suo vero significato. Il linguaggio va aggiornato al nostro tempo, non per cambiare la fede, che rimane sempre la stessa, ma per renderla credibile e comprensibile agli uomini e alle donne di oggi. Da tempo si parla della necessità di passare dal cristianesimo pre-moderno a quello moderno, che la teologia sta cercando di mettere a fuoco e la pastorale, di conseguenza, dovrebbe saper realizzare. È un impegno di cui ci dovremmo ricordare almeno ogni volta che ci accingiamo a celebrare le ricorrenze principali.
La pasqua è anzitutto la festa della nostra liberazione, come si dice con parole più misteriose, della nostra salvezza e della nostra redenzione, l’evento che ci ha riaperto le porte del paradiso, il giorno della riconciliazione dell’umanità allontanatasi da Dio col proprio peccato, cioè il peccato originale e il peccato del mondo che, come una enorme valanga, portatrice di distruzione e di morte, sta sommergendo sempre di più tutti e tutto. Si dice che Gesù ha pagato per l’umanità peccatrice questo riscatto con la sua passione e la sua morte. Ma proviamo a ripetere la stessa cosa senza ricorrere a espressioni mitiche e desuete, ormai incomprensibili. In realtà, Gesù non ha pagato nulla, perché Dio non aveva nessun bisogno di essere placato dalla sua ira col sangue del proprio figlio: egli è la bontà e la misericordia, il padre che non sa fare altro che perdonare e aspetta con ansia il momento felice di riabbracciare il figlio, finalmente in cammino verso la sua casa.
Proviamo a dire la stessa cosa con altre parole, fra l’altro espresse con chiarezza e precisione da Paolo nella sua lettera ai romani: “Come per la disubbidienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. Per l’esattezza, Adamo (o chi per lui) sarà stato il primo, non certo l’unico peccatore comparso sulla faccia della terra. Ecco la vera risposta: Gesù ci ha salvato con la sua ubbidienza alla volontà del Padre. In questo senso: egli ha dato agli uomini l’esempio di come si deve vivere (e morire) e insieme, donando lo Spirito Santo, ultimo dono del suo passaggio terreno e della sua risalita al Padre, e insieme ha loro donato la possibilità di imitarlo e così di immettersi sulla via della salvezza. Una salvezza che poi passa nelle nostre mani, che domanda la nostra prosecuzione, non una realtà già bell’e fatta che non abbisogna del nostro contributo. L’uomo è chiamato alla sequela e all’imitazione di Gesù, reso capace, se vuole, di pensare, di amare, di agire come lui: il che implica una conoscenza profonda della sua vita, perché non si può imitare ciò che non si conosce e che in qualche modo non si è capaci di scoprire e indovinare. Le nostre condizioni di vita non sono certamente le stesse di  Gesù, se non altro perché le nostre situazioni storiche e ambientali sono profondamente diverse dalle sue. La domanda tipica che ha fatto propria la spiritualità cristiana di sempre è: Che cosa farebbe Gesù al mio posto? La capacità di dare una risposta passabilmente oggettiva a questa domanda e poi realizzarla nella concretezza è l’impegno costante di colui che si arrende alla salvezza che gli è stata donata.
L’impossibilità dell’uomo lasciato alle sole sue forze è riscattata dalla grazia dello Spirito che è stata promessa e che non può mancare, anche se essa è sospesa alla nostra richiesta umile e perseverante. “Perché se voi che siete cattivi siete capaci di dare cose buone a coloro che ve le chiedono, quanto più il Padre vostro celeste  darà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano”.
Ma alla nostra riflessione manca ancora un punto della massima importanza, una risposta alla mentalità diffusa ai nostri giorni, specialmente nel mondo giovanile: l’ubbidienza a Dio non è l’ubbidienza a una volontà capricciosa che quasi si diverte a non farci gustare le cose belle che la vita ci offre, come se colui che ci dona il cielo ci volesse arbitrariamente privare dei beni che ci offre la terra. Non dobbiamo nemmeno pensare che Dio si rivolga a noi attraverso comandi e ingiunzioni perentorie che non ammettono discussioni. In realtà, Dio non comanda, ma propone. La formula più giusta ce l’offre il Deuteronomio con le parole: “Ecco io ti ho proposto il bene e il male, la vita e la morte: sta a te scegliere”.  Puoi scegliere perché sei libero, ma tu sei avvertito che al di là di queste linee non c’è la vita ma la morte, non c’è il successo e lo sviluppo ma la sconfitta. Al di sopra di tutto c’è un ordine oggettivo che neppure Dio può cambiare, perché è semplicemente l’ordine della verità. I comandamenti di Dio sono comandamenti dell’amore, preavvisi perché indirizzati all’uomo perché non si rovini con le sue stesse mani. Le sue trasgressioni, i suoi peccati non sono tanto un’offesa a Dio quanto un danno inferto a se stesso, come già san Tommaso aveva lucidamente previsto. Sì, Dio soffre, aveva detto il grande teologo, ma soltanto perché ti stai distruggendo.
Pensieri che non cambiano la sostanza della fede, ma che in compenso sono carichi di responsabilità personali.
Qui portano i pensieri della pasqua.
Giordano Frosini

Riflessioni ecclesiali in clima elettorale

Non si tratta di un richiamo al voto personale che, come sempre, è un problema di coscienza illuminata dalla ragione e dalla fede. Ma di qualcosa che riguarda l’intera chiesa locale, anzi, a quanto pare, l’intera chiesa nazionale. La quale si presenta a questa data con le mani vuote, con la coscienza pesantemente gravata da un peccato di omissione. Ridiciamolo ancora per non essere fraintesi: non si tratta di mancanze su impegni politici concreti, ma di una trasgressione che riguarda la chiesa come tale. I documenti degli episcopati italiani hanno giustamente sottolineato la fine di ogni forma di collateralismo, nel rispetto assoluto dell’autonomia delle attività umane, compresa quella nobilissima della politica, ma insieme hanno altrettanto giustamente ricordato, direttamente ai cristiani e indirettamente agli altri, i1 contenuto del suo insegnamento sociale, praticamente l’unico rimasto in piedi dopo la fine delle ideologie moderne. Un insegnamento nato dal Vangelo applicato alle concrete situazioni della storia, che ha già mostrato più volte la sua carica riformatrice e provvidenziale in un mondo spesso dominato dalla superficialità, dagli egoismi, da una più estesa mancanza di solidarietà. Un supplemento d’anima prestato a un’attività continuamente tentata dagli interessi immediati e dalla brama di potere e mai così generalmente sottostimata e criticata come ai nostri giorni.
Un’occasione d’oro offerta alla comunità cristiana per far conoscere il suo pensiero e così prestare il suo disinteressato contributo per il progresso e il benessere della società, come aveva solennemente annunciato il concilio Vaticano II. Invece è accaduto proprio il contrario. Gli anni del fervore dell’immediato post-concilio e successivamente del primo convegno delle chiese italiane (quello del 1976), di fatto, come fu detto, una traduzione del messaggio conciliare in lingua e in chiave italiana, sono ormai un lontano e sbiadito ricordo. Da allora, nonostante i reiterati inviti dei diversi papi succedutisi sulla cattedra di Pietro, le cose sono andate progressivamente peggiorando, salvo qualche lucido intervallo di tempo e di luogo senza conseguenze. Morte le scuole di formazione sociale, morti i corsi di aggiornamento organizzati su scala diocesana, morti i richiami a un’attività che è da considerarsi come parte integrante, anzi essenziale, dell’evangelizzazione. La ricerca delle cause è presto conclusa: o si è fatto del proprio pensiero negazionista una legge vera e propria oppure si è ceduto alla pigrizia, cullata anche da un disinteresse diffuso e generalizzato. Difficile dire quale sia la peggiore e la più sconcertante; certo il perdurare della prima, lasciata sopravvivere come se avesse corso legittimo e benedetto, non può non meravigliare coloro che amano allinearsi alle direttive della chiesa, raramente così chiare e così esplicite.
La chiesa vive nella storia, esercita il suo ministero all’interno delle società umane, fa proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini” di ogni tempo e di ogni luogo, come si dice all’inizio di uno dei grandi documenti del concilio Vaticano II. Una chiesa spiritualistica (come, del resto, una chiesa totalmente immersa nelle realtà sociali) non è la chiesa del concilio, né la chiesa di Gesù Cristo. La storia le ha condannate tutt’e due, si direbbe senza possibilità di appello. È proprio tanto difficile trovare un giusto equilibrio fra due tendenze in questione? Il richiamo per tutti ai documenti ufficiali è indispensabile e cogente, il pluralismo attualmente in uso non può e non deve continuare.
Il fatto che la chiesa non prende parte per nessun partito non significa che tutto vada bene e che non esistano errori da evitare e indicazioni positive da adottare. Non ogni forma di pluralismo è accettabile e, si voglia o no, quando qualcuna di esse è adottata dai responsabili della comunità, meravigliano alquanto e scandalizzano anche coloro che sono fuori della chiesa. Il ritorno ai giusti limiti si impone a tutti, ricordando che il pluralismo per il cristiano, né in questo né in altri campi, può mai essere illimitato. La libertà è possibile all’interno della cornice, ovverosia dei principi, mai al di fuori.
La crisi attuale della politica, che non accenna affatto a diminuire, anzi trova sempre nuove motivazioni per continuare la sua discesa verso il baratro, è un incentivo in più a tornare sui propri passi. Se le forme antiche non vanno più bene, se ne cerchino delle nuove: l’essenziale è ricordare efficacemente che quello di cui stiamo parlando è un dovere tassativo della pastorale ordinaria di chiunque intenda lavorare nella chiesa. Ognuno naturalmente dal proprio posto e secondo il tipo e la variazione delle proprie responsabilità.
La responsabilità è di tutti nessuno escluso se, appena appena, abbiamo in mente la sinodalità della chiesa.
Sarebbe certamente opportuno che nella formazione, negli incontri, negli aggiornamenti, nella valutazione, nelle scelte, anche questo criterio venisse tenuto nella debita considerazione. Ai nostri giorni ci stiamo giocando un pezzo del nostro futuro. “Errare humanum, perseverare…”.
Giordano Frosini

Una corruzione dilagante

Basta aprire un giornale la mattina, basta leggere ogni giorno il sommario esposto in bella vista nelle tante edicole della città, per capire che la corruzione ha raggiunto limiti insopportabili, che la società in tutti i suoi settori, anche quelli più insospettati, è profondamente e gravemente ammalata e che è improcrastinabile un’azione di pulizia morale non solo da parte degli organismi statali, anch’essi tutt’altro che indenni dalla crisi generale, ma anche di tutte le forze sane del paese. Se uno vuole, può riprendere in mano certe descrizioni di particolari momenti del passato, quelle di san Paolo nella lettera ai Romani per esempio, e con sorpresa si accorgerà che l’intero elenco è ancora di piena attualità, che anzi è necessario aggiungere altre voci per completare il quadro, perché la tecnica moderna ha prodotto nuove possibilità di crimine, che le società passate non potevano nemmeno prevedere. E tutto non è registrato né registrabile: i piccoli sotterfugi, gli inganni segreti, le invisibili infrazioni, il diffuso e comune arrangiarsi nelle situazioni più varie della vita, i furti che nessuno mai conoscerà, le nascoste infedeltà, le disinvolte e insospettate furbizie che sfuggono ai controlli anche più accurati, le maldicenze, le calunnie, le detrazioni che feriscono e uccidono, trucchi micidiali, “fake news” a sfare, e chi più ne ha più ne metta. Poi c’è il capitolo delle grandi infrazioni, del delitto, dei grandi furti, delle patenti ingiustizie, dei torti continuati fatti a coloro che non hanno la possibilità di difendersi… L’aria sta diventando veramente irrespirabile, la società barcolla sotto un peso ormai insopportabile, l’immoralità piccola e grande la fa da padrona e impedisce anche la buona riuscita di leggi per sé giuste e provvidenziali. La politica poi sembra diventata il luogo dove il disordine, l’arroganza, l’inganno, la furbizia, la slealtà, l’offesa volgare, hanno trovato la loro stabile e indisturbata dimora. Senza parlare dei politici condannati che aspirano ancora a dirigere il paese e non soltanto in posti di secondaria importanza.
Esagerazioni? Saremmo contenti di essere smentiti, ma purtroppo c’è da pensare che non sia tanto facile. Il problema è sapere cosa fare in circostanze così drammaticamente gravi. Certo, si stanno scontando gli errori del passato lontano e recente. La ricerca di una libertà senza limiti e senza remore, la volontà sfrenata di dominio e di successo, l’insaziabile fame di denaro, la derisione del senso morale come se ormai fosse un ferrovecchio inutilizzabile, diciamolo pure con franchezza: la negazione e il rifiuto di Dio, sono riusciti a cambiare radicalmente il volto dell’uomo e della società in questi ultimi anni. Avevano ragione i profeti pessimisti del passato: il nichilismo ormai si aggira da padrone in lungo e largo nel nostro mondo. Le prime vittime, perché le più esposte e le più indifese (la prima “generazione incredula”, come è stato detto), sono i giovani, che ormai costituiscono un capitolo a parte, per il quale nessuno sembra avere idee chiare e parole sufficienti. Ma nessuno può ignorare più le tentazioni a cui sono esposti e da cui in gran parte sono già raggiunti e contaminati. Eppure a loro appartiene di diritto il futuro, anche quello di domani.
Sulla negazione di Dio vorremmo essere più chiari. Di per sé, si può pensare che anche senza Dio sia possibile mantenere un comportamento morale degno di questo nome, semplicemente perché, in mancanza di Dio, rimane l’uomo come fonte immediata di ragionevolezza e di moralità; ma l’uomo inteso in tutta la sua ricchezza e complessità. Il fatto è che, come è stato detto felicemente da persone non sospette, con Dio è morto anche l’uomo. Aveva torto Dostoevskij quando affermava: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Ma nessuno può negare che di fatto è avvenuto così, almeno su scala generale. Una verità, dunque, non di principio, ma di fatto.
Un quadro quasi disperato, quello che si presenta ai nostri occhi. Gli impegni e le preoccupazioni elettorali sono un momento di sospensione e di decisioni immediate. E per questo bisognerà contentarsi delle soluzioni meno peggiori. Ma poi tutti gli uomini di buona volontà, in particolare i cristiani e coloro che ancora credono in Dio dovranno arricciarsi le maniche e passare all’azione di risanamento, mai così necessaria e urgente. C’è un mondo da rifondare, quasi da rovesciare. Le responsabilità del passato e anche quelle del futuro sono comuni a tutti. Una parabola evangelica ci ricorda che tutto questo è avvenuto perché “il nemico” ci ha colto nel sonno e ha seminato zizzania là dove doveva nascere soltanto grano.
L’ennesimo invito alla chiesa e alle chiese a collegarsi strettamente fra loro e a riprendere senza stancarsi il loro cammino. Ricordando che Dio è con noi e che lo Spirito Santo è la grande forza amica a nostra disposizione. A queste condizioni, il miracolo è ancora possibile, perché quello che è impossibile all’uomo diventa possibile con l’aiuto di Dio. Più che le parole avranno valore la testimonianza e l’esempio. Ancora una volta alla chiesa è chiesto di essere visibilmente l’inizio di quel Regno che è il mondo rinnovato dalla luce e dalla grazia di Dio.
Giordano Frosini