Eventi

Riforma strutturale voluta dal Papa

Il quarto dei cinque discorsi che compongono il vangelo di Matteo è dedicato alla chiesa del tempo e alla chiesa di sempre. Quella che il testo ci fa intravedere non è affatto una comunità esemplare, come quella che ci presenta Luca nei tre sommari degli Atti degli apostoli. C’è però un particolare che merita di essere sottolineato perché, si direbbe, fa proprio al caso nostro: l’inserimento nel testo della parabola della pecora smarrita, che noi siamo abituati a leggere nella versione del terzo vangelo insieme alle parabole della moneta perduta e del figliol prodigo, riunite insieme per convincere il lettore dell’infinito amore misericordioso di Dio. L’intenzione del primo evangelista è chiara: la comunità cristiana ha certamente non poche cose da sistemare al suo interno, ma non deve dimenticare la sua responsabilità nei riguardi di coloro che nel frattempo hanno perduto il primitivo slancio e si sono allontanati da lei e dalla pratica religiosa. Si direbbe in termini attuali, essa deve pensare anche ai lontani, non chiudendosi al suo interno e aprendosi al suo esterno, diventando così una vera comunità missionaria. I lontani in quel caso sono esattamente coloro che avevano ricevuto e accettato il messaggio cristiano, ma poi si sono smarriti e allontanati, esattamente come è successo nei nostri paesi e nelle nostre città, dove gli attuali “fuorusciti” sono in genere battezzati nati e cresciuti all’interno di famiglie di tradizione cristiana. Siano quanti siano (fossero anche la quasi totalità), ci dice il testo, occorre lasciare le pecore sicure al caldo dell’ovile e mettersi alla loro ricerca, senza darsi pace finché non siano state ritrovate. Interessante e interpellante la domanda iniziale: “Che ve ne pare?”. La risposta è reperibile alla fine del piccolo racconto: qualunque cosa voi pensate, questa è la volontà di Dio, alla quale non potete venir meno.
Si diceva: siamo in piena attualità. Da tempo papa Francesco ricorda alla chiesa di oggi il dovere impellente e sacrosanto del suo impegno missionario. La chiesa deve uscire fuori dalle sue mura, dalle sue sicurezze, dai suoi problemi interni e affacciarsi al mondo, che sta al di fuori, sempre più secolarizzato, laicizzato, indifferente, incredulo, dimentico di quanto le nostre società una volta trasmettevano quasi automaticamente, attraverso le famiglie, i gruppi di appartenenza e il comportamento generalizzato. Una vera e propria folla, dinanzi alla quale la comunità cristiana strettamente intesa mostra la sua pochezza numerica e non di rado anche la sua insufficienza contenutistica.
Oggi come non mai, la chiesa ha il dovere di avvertire e far propria la sua vocazione missionaria. Essa esiste per evangelizzare, ci ripete con forza Paolo VI, non per riguardare se stessa ed esaurire le sue forze unicamente a suo uso e consumo. Ma se questi pensieri sono veri, c’è da chiedersi quanto il nostro comportamento corrisponde al suo ideale. Una domanda che interessa tutti quanti i battezzati, perché l’impegno di evangelizzare spetta all’intero popolo cristiano, ma si rivolge anzitutto ai ministri ordinati, chiamati a essere la guida sicura ed esemplare dell’intera comunità. Come da più parti si sta ripetendo, sono per questo in questione la formazione impartita nei seminari e l’aggiornamento continuo, che vediamo fedelmente praticato in tutti i settori della società e poco, pochissimo, nei nostri ambienti.
Parlando del futuro della chiesa, papa Francesco nella Evangelii gaudium, ha messo il dito sulla piaga ed è strano che si parli tanto di questo documento programmatico senza notare direttive così forti e impegnative: “La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di ‘uscita’ e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia” (n. 27). Se le parole hanno un senso, la conclusione dovrebbe essere questa: per venire incontro alle attuali esigenze, la chiesa ha una sola riforma da fare, quella che indica il papa con la sua consueta chiarezza e decisione. Come commenta S. Dianich, “la prima riforma che si impone alla chiesa sembra essere proprio quella di un deciso superamento nella mentalità del popolo di Dio dell’immagine di una chiesa che possa dedicarsi ai suoi fedeli, senza mettere in primo piano l’attenzione ai cattolici marginali, ai battezzati che hanno abbandonato la fede, così come agli uomini religiosi di altre religioni e ai non credenti”. La prima mossa da fare è quella della conversione comunitaria, perché, come ha detto felicemente papa Benedetto XVI, nella sua azione, “la chiesa non fa proselitismo ma si sviluppa piuttosto per attrazione”.
Diocesi, parrocchie e associazioni dovrebbero declinare in questo senso tutta la loro attività e tutte le loro strutture. E anche l’educazione dovrebbe andare in questo senso. Non basta la bontà per essere in grado di adempiere questo impegno: occorre una mentalità adeguata, il coraggio necessario, idee all’altezza della situazione, se necessario, anche la volontà di andare controcorrente.
Giordano Frosini

“Un solo Signore”

Sono le parole con cui, in pieno regime nazista, un gruppo di teologi e cristiani “confessanti”, guidati dal grande Karl Barth, presero posizione, quasi come un giuramento, dinanzi alle provocazioni e alle persecuzioni dello stato tedesco, stretto da una delle più feroci dittature che la storia ricordi. Chi non ha dimenticato il clima di paura instaurato in Germania e presto esportato nei paesi alleati, fra cui l’Italia, sa bene di quale coraggio fossero animati coloro che presero parte a quella storica riunione. Non era in questione solo il posto di lavoro con il licenziamento o la libertà con il carcere o l’espulsione con l’esilio forzato: in gioco era la vita, perché il “signore” che comandava spargeva sangue e terrore dovunque arrivava il suo potere. Si ricordi soltanto il caso di Dietrich Bonhoeffer, che pagò con l’impiccagione in uno dei tanti lager della Germania la sua fede cristiana e la sua disubbidienza al regime imperante, che si ergeva a creatore indiscusso del diritto e della ragione. Il “signore” del momento, che con un atto di inimmaginabile superbia detronizzava il Signore e si collocava al suo posto. È storia di ieri, che nessuno (speriamo veramente nessuno) si sogna di ripetere, anche se purtroppo qualche segnale qua e là farebbe proprio pensare al contrario.
Un pensiero però che non sfiora nemmeno lontanamente chi scrive che, al termine di un’estate troppo calda in tutti i sensi, ricorda questi fatti, non per impaurire il lettore, ma per mettere in risalto il gesto di straordinaria coerenza di coloro che osarono ribellarsi contro un’opinione pubblica galvanizzata dalla propaganda e del tutto succube e allineata. Le piazze, non va dimenticato, erano piene di gente convinta, connivente e plaudente. Come fu possibile? Eppure la storia non si smentisce. Le foto sono lì a dimostrarlo.
Fra allora e ora una certa analogia esiste, lontana quanto si vuole, ma al fondo simile in certi suoi connotati e soprattutto in alcuni suoi effetti. Uno dei più grandi sociologi del nostro tempo, il polacco Zigmunt Bauman, con un suo stile personale che ha finito col convincere tutti, ha parlato della nostra epoca come di un’epoca liquida, che vuol dire mutevole, sdrucciolevole, senza fermezze e punti fermi, priva di leggi morali fisse e di valore universale e perpetuo. Oggi le persone semplicemente inventano, fanno da sé senza norme che li precedono, senza programmi che li coartino: un andazzo che sembra travolgere tutto, perfino la religione che non è più qualcosa che s’impone alla libera volontà, ma qualcosa che si sceglie a seconda dei gusti e delle preferenze, magari attingendo qua e là, come api che succhiano il loro miele da tutti i fiori che incontrano. Si parla per questo, con fondatezza, di “religione-fai-da-te”. Un dato di fatto, anche se sorprendente e sconcertante.
Un altro dato di fatto, meno visibile, ma certamente esistente e ormai diffuso a livello generale, è il pensiero debole. Si è partiti dalla filosofia, ci si è ragionato e scritto a diritto e a rovescio, ma, lentamente e senza che ce ne accorgessimo, ci ritroviamo tutti indeboliti di ragione e di pensiero. È la condizione liquida applicata alle facoltà razionali, tipiche dell’uomo. Una miscela paurosa, perlomeno pericolosa, quella che è nata dalla fusione di queste due caratteristiche del nostro tempo. La società liquida e il pensiero debole, per un verso e per un altro, facendosi forza a vicenda, completandosi nella loro unione, col contributo determinante dei mezzi di comunicazione sociale, asserviti alla mentalità del tempo e ai suoi dominatori, hanno finito col creare la figura tipica dell’uomo di oggi. Non sarebbe poco, nemmeno per noi, che vogliamo restare su un piano specificamente religioso. Il guaio è che, certamente anche con la nostra complicità e il nostro silenzio, le due tendenze hanno finito col creare anche il cristiano di oggi. Non tutti i cristiani, grazie a Dio, ma il cristiano medio, quello che s’incontra normalmente, magari anche nelle stesse nostre chiese e, qualche volta almeno, perfino nelle nostre associazioni, che pure sono destinate all’approfondimento, allo studio, alla consapevolezza, alla maturità.
È il cristiano che magari dice anche con orgoglio di essere tale, che ignora gli stessi fondamenti della propria fede, che non conosce e nemmeno legge il Vangelo o non ne trae un minimo profitto sul piano delle idee e della prassi, che ignora del tutto il pensiero sociale della chiesa, che alla voce di questa, perfino del papa (pure teoricamente ammirato ed esaltato) preferisce quello del leader politico del momento, che sui temi scottanti di oggi, come l’immigrazione, la povertà diffusa, la disuguaglianza scandalosa, ragiona come i non cristiani, sul filo del razzismo e della demagogia e comunque si comporta nella stessa maniera, che taccia di politicanti coloro che cercano di applicare il Vangelo ai problemi dell’uomo e della società, che pensano al cristianesimo come alla religione cosiddetta dell’anima, senza per niente incidere sulla vita personale e sociale. Forse all’inizio del nuovo anno pastorale c’è da riflettere seriamente sulla nostra situazione. Anche in casa nostra, la società liquida e il pensiero debole hanno bisogno di una energica cura.
Dai “signori” al “Signore” e non viceversa.
Giordano Frosini

Vacanze di riflessione

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti ori et herba.

Parlare di ferie e di vacanze fa un certo effetto, quando si sa che molti oggi in ferie non ci possono andare o perché non hanno lavoro o perché non se le possono permettere. Per questo non vorrei tanto parlare di ferie e di vacanze quanto  piuttosto dell’ambiente che Dio creatore ci ha dato perché sia un bene comune per la vita e il sostegno delle sue creature e perché tutti possano godere della bellezza con cui Egli ha dipinto il mondo.
Anche chi può godersi un po’ di riposo al mare o ai monti questa cosa dovrebbe ricordarsela, proprio mentre usufruisce di quanto il Creatore ha elargito a piene mani per l’umanità di ieri, di oggi e di domani. Noi uomini siamo piuttosto bravi a sfruttare quella natura che Dio ci ha dato. Siamo piuttosto bravi a manipolarla, al punto di spremerla fino all’ultima goccia; siamo abbastanza capaci di trasformare in business ogni panorama, ogni fiume o cascata, ogni monte, lago o mare. Lo facciamo assai spensieratamente, senza pensarci molto su; ma la terra, la nostra madre terra, alla fine potrebbe esaurirsi sfinita e trasformarsi in un deserto inospitale e desolato.
Mi vengono qui in mente le parole di Papa Francesco nella sua recente enciclica sulla cura della casa comune, la “Laudato si”, dove proprio all’inizio, citando il Cantico di frate sole di San Francesco d’Assisi afferma… « Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22).”
La siccità che sta diventando ogni anno di più un problema con i cambiamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti; i roghi che incendiano le nostre colline; l’inquinamento dei nostri mari; tutto questo, e la lista potrebbe continuare, ci dice che qualcosa non va nel nostro mondo; c’è qualcosa di sbagliato che dovremmo con un sussulto di coscienza, correggere prima che sia troppo tardi.
Tutti vorremmo e tutti dovrebbero avere la possibilità di respirare aria sana e rigenerante, godendosi lo spettacolo bellissimo di prati e monti ricchi di vegetazione; tutti vorremmo e tutti dovrebbero avere la possibilità di godersi un mare cristallino e puro e così via. Se ciò non risulta possibile, non possiamo voltarci dall’altra parte. Dobbiamo pensare a cosa c’è da cambiare.
Non ci si può però illudere, come se bastassero i protocolli di Parigi o gli obiettivi delle Nazioni Unite. Tutte cose sacrosante, se vogliamo. Il problema vero sta nella malvagità del cuore umano, del nostro cuore che si lascia riempire di odio verso noi stessi, gli altri e il mondo intero. Il problema vero è l’aridità spirituale delle nostre anime, spesso vendute al miglior offerente; diventate merce di scambio. L’inquinamento parte dal di dentro dell’uomo, come ebbe a dire già Gesù nel Vangelo. Quindi è dal di dentro dei nostri pensieri e sentimenti che unicamente può partire l’impegno per custodire per davvero quella che è la “casa comune”.
Ormai da qualche anno, il primo di settembre, significativamente, al termine del tempo tradizionalmente dedicato alle vacanze e al riposo, la Chiesa cattolica unitamente a tutte le confessioni cristiane, celebra la Giornata per la Custodia del Creato. Per l’occasione, la Conferenza episcopale italiana ha lanciato questo messaggio: “‘Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo’ (Gen. 28, 16). Viaggiatori sulla terra di Dio”. Il Messaggio parte dall’esclamazione espressiva dello stupore di Giacobbe, che nel corso di un lungo viaggio scopre la terra di Canaan come luogo di presenza del Signore. Si vuole così ricordare il dono che è la terra e che la dobbiamo abitare come viaggiatori e viandanti, facendo  crescere un turismo autenticamente sostenibile, capace cioè di contribuire alla cura della casa comune e della sua bellezza.
Ecco dunque qualcosa su cui riflettere, mentre magari in questo tempo ammiriamo un paesaggio o godiamo del fresco della montagna o della bellezza del mare. Sempre ricordando che se questo non è permesso a qualcuno, ci sono buone e urgenti ragioni per cambiare mentalità e stili di vita.
† Fausto Tardelli

Un invito urgente all’intero mondo cattolico

In un momento di grande confusione politica e di latitanza del pensiero sociale cristiano, è troppo rivolgere a tutti l’invito a ritornare sui propri passi, a giudicare con estrema franchezza il danno che si sta consumando sotto i nostri occhi, con le evidenti e innegabili responsabilità della comunità cristiana, che sembra avere dimenticato gli orientamenti di un passato fecondo e luminoso che ormai rimane alle nostre spalle? È tempo di riprendere in mano il ricco materiale tramandatoci dalla tradizione, con tutto l’apparato di riflessioni, di orientamenti, di propositi elaborati dal magistero periferico e centrale della chiesa, dai teologi di ogni continente, dai politici di ispirazione cristiana. Dimenticare tutto questo è stata una vera e propria follia che ha danneggiato non solo la chiesa ma l’intera società. Coloro che per ragioni di ufficio hanno fatto la raccolta di questo immenso materiale hanno riempito gli scaffali delle loro biblioteche di documenti, pubblicazioni, progetti, esortazioni, direttive, a cui purtroppo fa oggi riscontro la povertà di un raccolto misero e striminzito che soltanto i ciechi non riescono a vedere. L’eredità che stiamo raccogliendo è quella di un popolo sparpagliato e senza punti di riferimento che nemmeno sembra rendersi conto di quanto sta avvenendo intorno a lui e dentro di lui.
Se guardiamo all’Europa, non possiamo che ricordare con rammarico gli ideali che hanno ispirato e guidato statisti cattolici di grande levatura, quali Alcide De Gasperi in Italia, Konrad Adenauer in Germania, Maurice Schuman in Francia, da considerarsi veri e propri padri dell’Europa contemporanea, valorizzavano in chiave moderna una storia dominata dai valori e dagli ideali di una grande civiltà cristiana. Dove è finito il loro insegnamento e la loro testimonianza? In Italia, con la fine della cosiddetta unità politica dei cattolici, un’esperienza che non poteva durare in eterno, sembra quasi che sia venuta meno quell’ispirazione cristiana che invece doveva guidare il pensiero e l’azione dei cattolici. Sono rare le luci che rimangono accese in un mondo ormai dominato dagli egoismi pubblici e privati e dalle ideologie neoliberiste, ormai accettate più o meno supinamente da tutti. E quei pochi che ancora rimangono non riescono a trovare un seguito significativo e convinto. E intanto le povertà aumentano, la disoccupazione non cala, i pochi miglioramenti che pure si registrano non convincono ancora un’opinione pubblica manifestamente delusa e scontenta. In questo clima rarefatto, politici autenticamente cristiani cercansi, mentre crescono idee e movimenti che di cristiano hanno poco o nulla. C’è di che battersi il petto.
Uno dei più incisivi documenti del magistero sociale della chiesa, l’Octogesima adveniens di Paolo VI, dopo aver tracciato magistralmente i compiti dei cristiani nella città degli uomini, concludeva con un invito pressante all’azione, purtroppo più attuale che mai. Fra l’altro, ripetendo quanto era stato già detto in precedenza nell’enciclica Populorum progressio, segno evidente che l’appello era già  caduto nel vuoto: “È a tutti i cristiani che noi indirizziamo, di nuovo e in maniera urgente, un invito all’azione. Nella nostra enciclica sullo sviluppo dei popoli, noi insistevamo perché tutti si mettessero all’opera: ‘I laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell’ordine temporale. Se l’ufficio della gerarchia è d’insegnare e di interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della loro comunità di vita’. Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare… È troppo facile scaricare sugli altri le responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria la conversione personale”.
A tutti, gerarchia e laicato, si impone un atto di umiltà e di riconoscimento delle proprie colpe e trascuratezze. La prima conversione necessaria riguarda le proprie convinzioni, perché purtroppo l’esperienza passata e recente ci mostra con dolorosa chiarezza che in molti, in troppi, perfino in coloro che appartengono alle categorie dirigenziali del corpo della chiesa, non c’è la persuasione della bontà, della bellezza, della necessità, della superiorità di un pensiero sociale derivante dai principi fondamentali della rivelazione cristiana, rispetto ad altre fonti di pensiero che, se appartengono alla moda del giorno, non hanno in sé né la forza né la garanzia di verità che per il credente ha l’eterna parola di Dio trasmessa e conservata nella chiesa. È a questa che appartiene il diritto di giudicare le scelte pratiche del cristiano, anche di carattere sociale e politico. La pretesa di sottoporre  a giudizio, in nome di ideologie estranee e perfino contrarie, il pensiero della chiesa è una vera e propria aberrazione da non prendere nemmeno in considerazione. Eppure questo è successo nel passato e succede tuttora, pure nell’attuale riemergere delle ideologie estremiste, troppo presto date definitivamente per scomparse.
Il pluralismo politico dei cattolici in politica va certamente salvaguardato, ma nei limiti imposti da queste ragioni costitutive e fondamentali. C’è un pluralismo legittimo e un pluralismo illegittimo: il pluralismo è soltanto nell’applicazione dei principi, i principi non appartengono alla libera scelta, ma si impongono indistintamente a tutti. Il momento delicatissimo che stiamo attraversando impone a tutti una vigilanza estrema perché non si ripetano errori del passato. La via da seguire è quella già percorsa dai nostri predecessori nel momento della rinascita della democrazia nel nostro paese. Le ideologie fallite disastrosamente nel nostro passato non hanno nessun diritto di riemergere: la storia le ha condannate per sempre. Sarebbe veramente abnorme che esse riemergessero col contributo dei cattolici.
Le conclusioni sono facili, almeno sulla carta. Si riprenda coscienza delle responsabilità formative da parte della comunità cristiana. Ognuno in questo settore riprenda il posto che gli spetta di diritto e di dovere. Più che un impegno dei singoli, è un dovere  dell’intera comunità. Il passato ci può fornire le idee, gli schemi, le vie da seguire. I maestri, i testimoni, gli educatori sono ancora nella nostra memoria e premono con forza e dolcezza perché se ne segua l’entusiasmo e l’esempio. Un valido codice di riferimento ce lo offre ancora Paolo VI nel suo documento prima citato. Eccolo: “Pur riconoscendo l’autonomia della realtà  politica, i cristiani sollecitati ad entrar in questo campo di azione, si sforzeranno di raggiungere una coerenza tra le loro opzioni e il Vangelo e di dare, pur in mezzo ad un legittimo pluralismo, una testimonianza personale e collettiva della serietà della loro fede mediante un servizio efficiente e disinteressato agli uomini”.
Giordano Frosini

Annuncio cristiano e liberazione

Il tema della missione o dell’evangelizzazione (ormai i due termini si possono considerare sinonimi) ha ricevuto, in questi ultimi decenni, dal concilio Vaticano II in poi, profondi cambiamenti, nella riflessione e nella prassi, che devono essere fatti propri da coloro che prendono parte attiva a questa funzione caratteristica della chiesa, cioè da parte di tutti i cristiani, perché la prima e fondamentale affermazione proprio del concilio è che la chiesa è per natura sua, cioè sempre e dovunque, missionaria. Tutti possono ricordare la frase icastica di Paolo VI, che affermava: “La chiesa o è missionaria o non è”. La missione non è più una delega affidata a qualche corpo specializzato, che lasciava la propria patria e andava nei paesi non cristiani a predicare il Vangelo. La missione oggi è dovunque, anche (ci sarebbe da dire, soprattutto) anche nelle regioni di tradizione cristiana, fra cui non può essere dimenticata la nostra Italia. In più, se la chiesa è tutta missionaria, ogni cristiano, battezzato e cresimato, è chiamato a prendere parte attiva alla missione. Si è soliti esprimere la natura di questo passaggio con la frase: “Dalle missioni alla missione”. Un passaggio tutt’altro che facile e indolore.
Proseguendo oltre, le indicazioni magisteriali di questi ultimi decenni hanno messo in luce la complessità della missione. Pur nella sua unità, riunisce insieme diversi aspetti, tutti della massima importanza, che sono stati ampiamente illustrati e approfonditi fino ai nostri giorni. Certo, l’evangelizzazione rimane anzitutto l’annuncio del vangelo, preceduto, accompagnato e seguito dall’esemplare testimonianza di colui che annuncia, sia esso singolo o comunità, proseguendo la missione del Figlio e dello Spirito, missionari del Padre. Su questo aspetto dovrà cadere sempre la prima attenzione e il primo impegno, perché siamo al cuore della missione, insieme all’elemento essenziale della testimonianza. Paolo VI codificava quest’ultima indicazione con le famose parole: “La gente ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Ma altri aspetti collegati sono stati messi in luce e raccomandati, suggeriti dallo studio approfondito della Parola di Dio o dalle mutate situazioni del nostro tempo. In un momento come quello che stiamo attraversando, sembra opportuno richiamarne almeno uno.
Si tratta dell’impegno per lo sviluppo umano integrale e soprattutto per la giustizia sociale. È per primo Paolo VI che, illuminato dalle conclusioni del primo Sinodo dei vescovi sulla “Giustizia nel mondo” (1971: un piccolo, chiaro e coraggioso trattato sulla teologia della liberazione, sostanzialmente redatto dai vescovi latino-americani, pubblicato senza interventi di sorta da parte del Pontefice) a intuire con notevole acume profetico la necessità di questo allargamento (o di questa specificazione) del concetto di evangelizzazione. Da allora il cammino su questa strada non si è più fermato, ma ha subito processi di accelerazione di cui dobbiamo tenere conto. La chiesa italiana sostò nel 1976 su tale questione nell’indimenticato suo primo convegno nazionale sul tema “Evangelizzazione e promozione umana”, più tardi Giovanni Paolo II, ripeteva più volte nel suo insegnamento che il pensiero sociale della chiesa è parte integrante ed essenziale dell’evangelizzazione; papa Benedetto condivideva le stesse idee e dava loro il tono spirituale e teologico che le arricchiva e le rendeva sempre più familiari alla mentalità cristiana. Papa Francesco, com’è suo solito, con le sue applicazioni coraggiose e sorprendenti, è andato anche oltre, fino a creare in questi ultimi tempi un dicastero Vaticano dedicato allo “Sviluppo integrale dell’uomo”. Un fatto epocale che segna una tappa nella storia. La teologia aveva percorso il suo cammino di ricerca su un mondo nuovo preparando, fra molte difficoltà, gli interventi ufficiali e definitivi della chiesa.
A questo punto il fedele cristiano, anche semplicemente battezzato, molto più se è un fedele ministro della chiesa, non ha nessun diritto di recedere da questi orientamenti a da queste decisioni. Dinanzi a queste indicazioni e prospettive, anche se fortemente innovatrici, non ci sono obiezioni personali possibili, non ci dovrebbero obiezioni di coscienza. Il colmo sarebbe se dovessero essere presi di mira coloro che, non da oggi, hanno fatto proprie queste linee e sono stati criticati (e anche puniti) per averle seguite e insegnate.
Il tempo dell’estate è tempo si sospensione, ma anche di ripensamento. Quanto è successo in quest’ultimo spazio di tempo, con le conclusioni che abbiamo dovuto registrare, non va ripetuto. Oltretutto c’è una storia, imperfetta se vogliamo, ma anche gloriosa ed esemplare: una storia che ha visto eroici protagonisti del pensiero ufficiale della chiesa, nell’ordine sacerdotale e nell’ordine laico, che ora ci guardano da lontano e giudicano la nostra incoerenza, la nostra superficialità, la nostra paura. A guardarci bene, noi siamo portati sulle spalle di giganti. Ci vorrà una nuova chiamata?
Giordano Frosini