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La crisi del lavoro

Una crisi molteplice, ma senza dubbio la più profonda, la più radicale, è quella della perdita di senso. Come in tutte le cose e in tutte le sua attività, l’uomo secolarizzato e tecnicizzato conosce bene il come, il funzionamento, l’uso, ma ignora il perché, il significato, la motivazione, la ragione. La denuncia dei filosofi (e dei teologi) è stata condivisa anche dai sociologi e, più recentemente, dai sindacalisti più attenti ai cambiamenti culturali del nostro tempo. Si potrebbero citare non poche opere che parlano di questo fenomeno, il quale chiama in causa i maîtres à penser (scuole, uomini di cultura, pubblicisti di ogni genere e grado) del nostro tempo. Il vanto di certe ideologie, appartiene totalmente al passato. Oggi il lavoro è inteso sostanzialmente come mezzo per ottenere il necessario per vivere e una dura legge a cui sottomettersi per giungere alla sosta, al relax, alla vacanza, al quieto vivere. Un senso conosciuto bene dagli antichi latini, per cui il lavoro era semplicemente la negazione dell’otium: nec-otium, il vero valore è l’ozio, il lavoro è la sua privazione, dunque un impoverimento, una negatività.
Il pensiero cristiano ha una lunga tradizione in contrario. Il lavoro è stato sempre la realtà terrestre più studiata dalla teologia, che in questo campo ha creato autentici capolavori. L’apostolo Paolo aveva affermato con decisione: “Chi non lavora non mangi”; una frase che Stalin, forse memore dei suoi studi in seminario, aveva trasferito tale e quale nella costituzione russa. Il concilio Vaticano II ha insistito molto su questo tema, riassumendo il suo pensiero in una frase, che dovrebbe rimanere nella mente di ogni cristiano e che, anzi, dovrebbe divenire il titolo di lunghe e preziose riflessioni, le quali renderebbero all’attività umana il valore che si merita: “Con il lavoro, l’uomo provvede abitualmente al sostentamento proprio e dei suoi familiari, comunica con gli altri, rende un servizio agli uomini suoi fratelli e può praticare una vera carità e collaborare attivamente al completamento della divina creazione”. Altrove lo stesso concilio completa il suo pensiero affermando che il lavoro, prima di trasformare la realtà, trasforma l’uomo stesso, mette in esercizio e sviluppa le sue facoltà, lo rende libero e indipendente, soddisfatto e orgoglioso della sua opera e della sua bravura. Un fatto eminentemente umano. Il pigro, il nulla-facente, è una larva d’uomo, un peso morto inutile, che si intorpidisce sempre di più, fino a rimorire in se stesso, vittima della sua inedia e della sua pigrizia mortale. “Di qui – è ancora il concilio che parla – per ciascun uomo il dovere di lavorare fedelmente, come pure il diritto al lavoro”. E siamo ai nostri giorni.
La disoccupazione è uno dei nostri mali più gravi. Una società che non riesce a trovare un lavoro per tutti (per tutti, senza la minima concessione alle cosiddette disoccupazioni strutturali!) è una società fallita, che manca a una delle sue responsabilità principali e che per questo deve rivedere in profondità gli interi ingranaggi del suo sistema e delle idee che stanno alla base. Sono le ideologie dell’egoismo, del sopruso, dell’ingiustizia fattesi avanti con l’avvento dell’industria e degli sviluppi tecnici dell’età moderna. Che si chiamino capitalismo selvaggio o liberismo assoluto o neo-liberismo o in altra maniera, non ha molta importanza. Sono ideologie di morte, che la chiesa e, si direbbe, il senso comune, hanno condannato e continuano a condannare, con scarsi risultati. Intanto sta crescendo l’ira dei poveri e, in contemporanea, anche l’ingegno malefico di coloro che cercano soltanto la massimizzazione dei loro profitti. Di questo passo il futuro non promette niente di buono.
E il discorso non finisce qui. Atto umano per eccellenza, il lavoro dev’essere protetto in tutto il suo esercizio, perché sia degno dell’uomo e rispecchi tutta la sua personalità e i valori di cui egli è portatore. Deve avvenire in condizioni di sicurezza, di protezione, di garanzie, di attenzioni fisiche e morali, dev’essere ben remunerato, perché il lavoratore possa provvedere ai bisogni personali e familiari, presenti e futuri, compiuto in un clima di serenità e di vera collaborazione, con le iniziative che un autentico spirito di solidarietà può suggerire, come non poche volte è avvenuto nel nostro recente passato. Utopia? No, ma soltanto grande rispetto per la persona umana, da considerare come la realtà più grande, più importante, più sacra dell’intera creazione. E della partecipazione alla gestione dell’azienda, su cui insiste il pensiero sociale della chiesa e ha trovato posto anche nell’articolo 46 della nostra Costituzione, cosa ne facciamo? Non si tratta di un soprappiù, ma di una iniziativa degna di una grande civiltà, in cui il lavoro dipendente trova l’ultima formula di rispetto per chi lo compie e, se è ben realizzata, giova al lavoratore e insieme al suo lavoro. Per arrivare a queste conclusioni, quanto dovremo ancora continuare a sognare?
Giordano Frosini

Per la politica un supplemento d’anima

Nei giorni che precedono le elezioni, in particolare quelle di carattere nazionale, la politica sembra ritrovare se stessa, entra anzi in stato di agitazione, non di rado perfino di confusione. Gli elettori frattanto non sembrano scomporsi molto, anzi i più guardano lo spettacolo con vero disinteresse e con qualche venatura di disgusto, pronti a ripagare certi comportamenti col disinteresse e l’astensione. Per quanto riguarda la partecipazione al voto che sta sullo sfondo, le previsioni sono semplicemente catastrofiche. Le alte percentuali che si sono registrate per molti anni col ritorno alla democrazia, sono ormai un lontano e malinconico ricordo. Non soltanto da noi, la politica, anche nei momenti più solenni, non riesce a scuotere minimamente l’attenzione di gran parte degli elettori. Non si dirà che si tratta di una scelta responsabile e intelligente, ma è così. Per la verità i politici sia esperti e navigati che di primo pelo, nemmeno in momenti importanti come questi, fanno qualcosa per superare tale stato di stanchezza e di rifiuto. Anzi, fatte poche, pochissime eccezioni, si agisce come se si volesse volontariamente e pervicacemente continuare a fare come sempre. Come si spiega altrimenti il fatto di considerare gli elettori come dei bambini non ancora sviluppati, capaci di accettare tutto, anche le promesse più mirabolanti e più impossibili a realizzarsi?
Fermiamoci un momento qui. I giornali stanno parlando di duecento miliardi di promesse elettorali, solo da una parte. La politica sembra ridursi quasi del tutto a una questione di soldi, promessi, fra l’altro, dimenticando o facendo finta di dimenticare, che tutte le spese dello stato devono trovare obbligatoriamente un copertura corrispondente. Questo piccolo particolare è normalmente dimenticato, come si trattasse di una questione di minima o nessuna importanza. Chi riflette un po’ seriamente sulla vera natura della politica rifugge istintivamente da impostazioni del genere, che rivelano un vizio di base a cui dà vita la pochezza dei fondatori e la mancanza più o meno totale di idee, di orientamenti, di finalità di ampio respiro. Partiti senza storia, senza fondamenti, senza ideali, dettati al massimo dalla volontà di eliminare alla meglio certi inconvenienti di oggi, che quindi domani spariranno e che possono cambiare tranquillamente indirizzo nel cammino inglorioso della loro breve esistenza. Così il sindaco rimane fondamentalmente colui che deve riempire le buche delle strade e il governo ideale è quello che fa pagare meno tasse. Una politica svuotata della sua anima, alla resa dei conti, svuotata di se stessa, praticabile senza nessuna preparazione né prossima né remota. Ma quale uomo si vuole? Quale società? In parole più grosse, quale antropologia sta sotto e anima la tua proposta politica? La politica a una sola dimensione, come l’uomo di Marcuse al tempo della rivoluzione del sessantotto.
Il fatto più grave, almeno per chi scrive, è che anche i cristiani si comportino in questa maniera, si accontentino di fare come gli altri sia che si impegnino nella politica attiva, o rimangano nella massa di coloro che si limitano soltanto a guardare. Essi hanno una tradizione, una storia, una ispirazione che nasce dalla rivelazione e percorre tutta quanta la loro storia, fino ai nostri giorni. Un insegnamento sociale che è stato sempre aggiornato nel variare dei tempi e delle situazioni, che scende direttamente dalle più profonde convinzioni e che ha trovato nel passato anche più recente meravigliosi interpreti e realizzatori. È strano, è ingiustificato il fatto che tutto questo sia avvenuto proprio nel tempo in cui se ne avvertiva il più grande bisogno. Così di questa situazione fallimentare siamo responsabili anche noi. Questo ritorno in sacrestia, questo silenzio deleterio e colpevole, questa pigrizia pastorale non hanno nessuna giustificazione. Forse si vuole in tal modo onorare la dimensione spirituale e trascendente del cristianesimo. Ma in tal modo la religione dell’incarnazione è mutilata nel suo stesso corpo, privata della sua concretezza, ridotta ad una astrattezza che non ha niente a che fare col Vangelo e il comportamento di Gesù. È la virtù fondamentale della carità messa in disparte e dimenticata, perché la politica è carità, amore, servizio, mano tesa verso tutti, in particolare verso coloro che non hanno voce e sono abbandonati ai margini della società dagli egoismi degli uomini, per di più manocondotti da ideologie malsane e inaccettabili, tuttora vigenti.
Se si vagliano bene i programmi dei vari partiti e delle diverse coalizioni, non è difficile reperire al loro interno la presenza quasi generalizzata dei principi del neo-liberismo egoistico e del secolarismo chiuso ai valori dello spirito e della trascendenza. L’oggetto della politica è l’uomo nella sua completezza: tutto l’uomo e tutti gli uomini. Che almeno in questo tempo si riprenda in mano questo insegnamento sociale della chiesa. Da una parte, il mondo ne ha assoluto bisogno; dall’altra, non si dimentichi che esso è parte integrante ed essenziale della nostra evangelizzazione.
Giordano Frosini

Il Natale, un dono che abbiamo rifiutato?

Ascoltavo in questi giorni con notevole apprensione, le vicende di Gerusalemme e dell’improvvida decisione di Donald Trump di spostare lì l’ambasciata americana, riconoscendo la città capitale d’Israele. Mentre vedevo accendersi la rabbia e gli scontri, pensavo tra me e me: “son passati duemila anni da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare in quella terra e tutto è ancora sottosopra e non si vede la fine”. Nazareth, Betlemme, Gerusalemme: quei luoghi santi che hanno visto il Verbo di Dio incarnarsi, vivere la sua vita d’uomo, morire, risorgere e salire al cielo, continuano ad essere al centro di contese e violenze. Ancora oggi, perché tali lo sono stati da sempre. Una terra che ha udito la predicazione di un Regno di giustizia e di pace, che ha sentito parlare di amore dei nemici, di perdono dei peccati, di riconciliazione, di un Dio misericordioso che si compiace di prendere su di sé la pecora smarrita o il viandante lasciato mezzo morto ai bordi della strada: niente sembra aver toccato veramente quella terra. Calpestata dalle legioni romane, essa ha conosciuto la dispersione del popolo d’Israele nel mondo e il suo ritorno armato, trascorsi molti secoli e dopo l’olocausto dei campi di sterminio. I pagani romani, convertiti, cedettero il passo ai cristiani e questi poi all’Islam e così, fino ai nostri giorni, a contendersi con gli ebrei una terra cara a tutti ma così difficile da condividere.
Un mistero sembra dunque segnare quelle contrade, dove l’onnipotente Dio decise di farsi uno di noi. Un mistero che affonda le sue radici in ciò che il prologo del vangelo di Giovanni dice: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. “I suoi non l’hanno accolto”. È qui il punto. Questa “non accoglienza” è alla radice della rovina insolubile di quelle terre; dove i “suoi”, sia chiaro, non sono soltanto gli ebrei di allora; siamo tutti noi, umanità del mondo, pagani e romani del tempo, mondo. “I suoi non l’hanno accolto”: è la drammatica verità. Il Dio della misericordia è venuto nel mondo per cercare chi era perduto e riversare sull’uomo il perdono e la pace, ma non fu accolto. Nacque fuori dalla città, perché non c’era posto per Lui nell’albergo del cuore degli uomini. Mal sopportato, fu ingiustamente accusato e finì per essere schiacciato sulla croce come un verme, Lui che era soltanto amore. Il rifiuto che segna la venuta di Dio nel mondo, richiama la triste vicenda del rifiuto di Dio da parte dell’uomo alle origini della storia dell’umanità. Esso bagna di lacrime e sangue violento le vicende del mondo; segna anche irrimediabilmente le contrade della Palestina, che non trovano pace perché lì si è consumato il rifiuto di Dio; non si è accolto l’altro; non si è dato spazio all’amore o si è pensato addirittura di poter onorare Dio, senza accogliere il fratello. Come però nella vicenda delle origini, Dio volle dare speranza all’uomo smarrito, promettendo la vittoria definitiva sul serpente antico, così, la nascita del Salvatore adempie la promessa e apre concretamente il tempo della salvezza e della possibilità di una vita nuova. Questa si consumerà necessariamente tra i travagli del tempo, attraverso le contraddizioni di una storia sempre violenta; ma sarà possibile viverla perché, come dice ancora il prologo del vangelo di Giovanni: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. Allora come oggi, dunque, la questione veramente seria per ciascuno di noi è accogliere Dio, per se stesso e nel volto del fratello, inscindibilmente; aprirsi alla sua venuta nel cuore; lasciarsi conquistare dal suo amore e farsi rinnovare dal suo perdono; andare incontro al fratello con le mani piene d’amore, a partire da chi ci sta accanto ogni giorno. Chi lo fa o cerca di farlo, scrive la storia vera, quella dell’avanzare inesorabile del Regno di Dio nonostante tutte le avversità. La sua fatica, persino il suo sangue, non andranno perduti ma feconderanno la terra e edificheranno la Gerusalemme nuova nella quale tutti i popoli si sentiranno a casa.
† Fausto Tardelli
vescovo di Pistoia

Il cristiano e le altre religioni

Un tema, quello della salvezza, tipico dell’Avvento cristiano, un tema troppo serio e troppo importante perché, oltre la necessaria riflessione dei teologi, non lo prendesse direttamente in mano il magistero della chiesa. Ne ricordiamo in breve gli ultimi consolanti insegnamenti.
Intanto la certezza che anche gli appartenenti a religioni non cristiane si possono ordinariamente salvare. Lo afferma con sorprendente chiarezza il concilio Vaticano II in un testo del suo documento principale: “Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza possono conseguire la salvezza eterna”. Un’affermazione che mette l’animo in pace e chiude per sempre l’annosa questione della salvezza per chi non ha fede.
L’unico salvatore rimane però Gesù Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo per ricongiungere il cielo alla terra. È attraverso la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione che gli uomini trovano la salvezza eterna e non per mezzo di qualcun altro. Errano dunque coloro che attribuiscono questa capacità ai fondatori delle religioni e privano in tal modo la fede cristiana del suo fondamento essenziale. La chiesa ripete nel tempo le parole che Pietro pronunciò nel Sinedrio di Gerusalemme pochi giorni dopo la risurrezione del Signore: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”. La fede di allora è la fede di sempre. Una smentita e una condanna per tutti coloro che attribuiscono alle diverse religioni la prerogativa tipica e insostituibile della religione fondata sull’incarnazione del Figlio di Dio.
La riflessione ecclesiale, pur rimanendo ferma in quest’ordine di idee, ha fatto in questi ultimi decenni grandi passi, che sarebbe bene divenissero familiari all’intero popolo cristiano. La teoria della preparazione evangelica, la teoria dei precursori, che abbiamo ricordato la settimana scorsa, è da considerarsi ancora valida e da accettarsi in tutta la sua suggestiva portata, ma c’è qualcosa di nuovo e di molto importante che ormai dovrebbe cominciare a far parte delle convinzioni del cristiano. Sia ai fondatori delle religioni sia alle religioni stesse si attribuisce una qualifica interna che dona loro una dignità e un valore di portata veramente eccezionale: anche a essi appartiene il titolo di mediatori di salvezza; non mediatori assoluti, né mediatori principali (titoli, questi, da riservarsi esclusivamente a Cristo), ma mediatori subordinati, mediatori partecipati e relativi all’unica necessaria e sufficiente mediazione da attribuirsi al Figlio di Dio. Se pensiamo che un titolo del genere è attribuito a Maria nei riguardi della sua mediazione nell’opera di salvezza (l’accostamento è fatto proprio da un documento magisteriale, che porta la firma del cardinale Ratzinger), si capisce il valore di questa affermazione. Dunque grande rispetto e grande attenzione alle religioni sparse nel mondo e presenti nei nostri paesi, per alcune di esse in particolare, come, per esempio, per il buddhismo, che da molti, per la sua natura prevalentemente morale e per la sua concezione tipica di Dio, è considerato addirittura compatibile con il cristianesimo.
Queste verità sono fonte di consolazione e di gioia dello spirito: meraviglioso il piano di Dio nella sua unicità che abbraccia con un colpo solo l’intera storia religiosa dell’umanità, ispirata a una grande bontà e misericordia: la salvezza è possibile per tutti, con tutte le religioni è possibile un dialogo fecondo e vicendevole, con tutte si può contribuire a costruire un mondo più giusto e più umano e partecipare comunitariamente alla realizzazione della pace universale. Il Regno raccoglie e unifica il contributo di tutte quante le religioni, anche delle più primitive e più insignificanti. Alla chiesa rimane ancora però l’obbligo statutario di annunciare al mondo Cristo, pienezza della verità e unico vero Salvatore: le religioni cosmiche avranno valore soltanto in rapporto a lui e alla sua opera di salvezza.
Una via da approfondire da parte della teologia, come ci viene suggerito dai documenti ricordati, ma una risposta altamente soddisfacente e generosa, che è giusto che anche i cristiani “normali” conoscano, apprezzino e siano pronti ad agire di conseguenza nei riguardi di tutti coloro che professano religioni diverse dalla sua. Con l’avvertenza che da esse si possono imparare alcune cose (si pensi, per esempio, al rispetto per la natura tipico delle religioni orientali e naturali) e dai loro fedeli si possono ricevere esempi di vita e di comportamento, come, per esempio, l’esercizio della preghiera pubblica e senza complessi d’inferiorità anche per i maschi, tipico dell’islamismo, ormai così vicino a noi, si direbbe gomito a gomito. La sfida che ne può nascere è un impegno in più del nostro essere cristiani. Come è stato detto autorevolmente, non si tratta tanto di fare proseliti quanto piuttosto di mostrare esemplarmente la propria fede, singolarmente e comunitariamente, in un dialogo costantemente costruttivo da ambedue le parti. Un futuro di pace, di serenità e di fraternità.
Giordano Frosini

Uno o più precursori della venuta di Cristo?

Colpito dalla visita di papa Francesco al consiglio supremo dei monaci buddhisti a Rangoon e dall’accostamento da lui fatto fra la sua figura e del santo di Assisi, sono andato a ripescare un bel testo di Romano Guardini, famoso teologo italo-tedesco dei tempi preconciliari, che suona esattamente così: “C’è soltanto uno che potrebbe venire in mente di accostare a Gesù: Buddha. Quest’uomo rappresenta un grande mistero. Se ne sta in una libertà sconvolgente, quasi sovrumana; ha inoltre una bontà, potente come una forza cosmica. Forse Buddha sarà l’ultimo con cui il cristianesimo dovrà confrontarsi. Che cosa egli significhi da un punto di vista cristiano, non l’ha ancora detto nessuno. Forse Cristo non ha avuto soltanto un precursore nell’Antico Testamento, Giovanni, l’ultimo dei profeti, ma ne ha avuto uno anche nel cuore della cultura antica, Socrate, e un terzo, che ha pronunciato l’ultima parola della conoscenza e del superamento religioso orientale, Buddha”.
La teologia delle religioni era allora appena agli inizi, ma già batteva la via del coraggio e della stima, che poi farà propria il concilio Vaticano II, a sua volta incoraggiando i notevoli progressi registrati più tardi. Nel fondatore del buddhismo, che conta oggi una moltitudine di fedeli in oriente, ma che gode simpatie (e anche qualcosa di più) in occidente, il teologo illuminato vede addirittura una specie di precursore della venuta di Gesù sulla terra. C’è da credere che l’accostamento a Giovanni Battista vada preso in senso analogico, comunque esso trova le sue prime radici negli antichi padri della chiesa, che con le culture pagane del tempo furono costretti a dialogare e interagire. Estesa al grande filosofo greco Socrate, l’analogia coinvolge esplicitamente anche il paganesimo in senso stretto e può essere applicata nella stessa maniera ai diversi fondatori delle altre religioni. In qualche modo, anche se in misura diversa, tutti gli iniziatori di movimenti religiosi si possono considerare antesignani, preparatori, precursori dell’avvento di Gesù Cristo.
Egli è la pienezza, gli altri fanno riferimento a lui e mantengono soltanto una parte del suo insegnamento, soprattutto quello di carattere morale. C’è da tenere presente che questo accade anche nel caso di Giovanni Battista. Una teoria unitaria e suggestiva, che abbraccia l’intero universo religioso e che riceve oggi nuova forza nell’ipotesi della universalità della rivelazione. Una teoria già affermata nel concilio e certamente non dimenticata nel prosieguo degli sviluppi teologici che dai tempi di Guardini si registrano in questo campo. Le religioni del mondo lette e interpretate come una grandiosa “preparazione evangelica”. Una concezione che semplifica lo sguardo del cristiano, mettendolo in pari tempo in condizione di recettività e di dialogo verso le altre forme religiose, anche se forse destinata a produrre effetti non altrettanto positivi nei loro sostenitori.
Perché qui comincia quello che è stato chiamato il “dramma dei precursori”, i quali subiscono la tentazione di prendere loro il posto di colui che hanno annunciato. Una tentazione che si fa più forte ancora nei loro seguaci. Tutto sommato, non sembra affatto facile agitare la lampada della novità ed essere osannati e poi tornare ordinatamente nei ranghi e in pratica scomparire. Si pensi ai diversi testi evangelici in cui si sottolinea l’atteggiamento di Giovanni, il quale non fa che ripetere la sua condizione tutta relativa a Cristo: egli è soltanto la voce che annuncia, indegno perfino di allacciare  i sandali a colui che verrà, il quale deve crescere, il precursore, invece, finita la sua opera, è destinato a diminuire fino a ritornare nel nulla, dal quale è uscito solo per un momento.
L’esegesi contemporanea mette in luce il fatto che i testi evangelici non corrispondono del tutto a questa versione. L’atteggiamento di Giovanni nei riguardi di Gesù rimane sospeso alla missione dei suoi discepoli che chiedono a Gesù se è lui quello che deve venire oppure devono aspettare un altro e soprattutto alla risposta piuttosto secca e dura di Gesù. È certo comunque che almeno alcuni suoi discepoli (i cosiddetti Gioanniti) rimasero fedeli al maestro e non passarono alla sequela del messia annunciato. Ne fa fede l’apostolo Paolo che, come raccontano gli Atti degli apostoli, diversi anni più tardi ne incontrerà alcuni nei dintorni di Efeso.
Suggestivo allora il piano di Dio, ma purtroppo rimasto incompiuto. Anziché abbandonare il campo, i battistrada hanno occupato l’intera piazza. Con alcuni di essi il dialogo si fa più possibile: è il caso certamente d Buddha che lascia nell’indistinto il concetto di Dio e che predica una morale che ha più che addentellati con la morale evangelica. Tanto è vero che non pochi cristiani hanno ritenuto e ritengono possibile un connubio fra cristianesimo e buddhismo. Non tutto coincide, ma ci sono anche suggerimenti di vita che possono arricchire la spiritualità del cristiano. Il discorso si fa più difficile nel caso dell’Islam perché la sua negazione della divinità di Gesù mette a repentaglio l’intero impianto del cristianesimo.
Giordano Frosini