Fuori l’ansia dalle aule

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Venerdì 15 settembre è ripartito l’anno scolastico per 450mila ragazzi e ragazze di tutta la Toscana: opportunità e sfide nella riflessione del direttore dell’Ufficio scuola

L’avvio di un nuovo anno scolastico è insieme tempo di bilanci e di progetto. Si deve fare sintesi di quello che abbiamo vissuto, ma anche ripartire con nuovi entusiasmi. Si può guardare sia indietro che avanti. Ma in questo pensare e riflettere, progettare e immaginare c’è qualche punto fermo. La scuola è un pilastro di speranza. Anche davanti ai problemi di sempre e alle urgenze nuove.

Il 12,7 % dei ragazzi abbandona la scuola senza riuscire a completarla. Un dato allarmante, per usare un eufemismo che vede il nostro paese tra gli ultimi posti in Europa. Questo dato sta in mezzo ad ogni aula scolastica, come pietra di inciampo e di provocazione. «La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde» scriveva don Milani.

Un dato che può essere ignorato con qualche burocratica assuefazione o che, al contrario, può diventare oggetto di attenzione continua, di una azione strutturata ed accorta che metta in crisi qualche certezza eccessiva della scuola e di coloro che la portano avanti, che disturbi qualche sonno in più. Ma certamente, da qualche parte, in qualche consiglio di classe si sta già riflettendo tutti assieme, in un clima partecipato e consapevole, a quali strategie attuare, a come non strappare via dai documenti, dalle circolari, dai Ptof di carta qualche idea concreta, qualche iniziativa efficace per recuperare qualcuno in più.

Tra le tante riunioni, tra le molte cene, che da qualche parte si stanno facendo, in qualcuna di esse qualche eroe urbano sta cercando modi e strategie per salvare qualcuno. Io so che è così, perché conosco la scuola. Da qualche parte qualcuno sta discutendo di come valutare l’efficacia formativa e limitare conseguentemente il rischio
di dispersione implicita. Qualcuno non ci sta. Qualcuno sta insistendo, resistendo, tentando di evitare ipocrite promozioni facili, fasulli diplomi di cartone che sono. Qualcuno sta cercando di sorreggere la propria scuola, anche a costo di non piacere, nella missione di presidio di cultura e di saperi, organizzando progetti che abbiano come beneficiari principali i ragazzi e le questioni serie che insidiano il loro futuro e non gli insegnanti.

Dispersione esplicita e dispersione implicita quindi sono la grande minaccia sul futuro dei nostri ragazzi. Nessuna scuola è tale se non prende seriamente ed ugualmente in considerazione entrambi questi problemi educativi, lavorando su quello dei due sui quali è più debole se non, in alcuni casi, inadeguata. Nessuno, per nessun motivo, ha il diritto di trascurare neppure uno solo di questi fenomeni se vuole operare nell’interesse degli alunni e del loro futuro.

E resta, gravissima, la responsabilità di incrementare la «catastrofe educativa» (come la definisce Papa Francesco) su coloro che scelgono consapevolmente di trascurare una delle due dimensioni, quale che sia l’interesse o la rigidità che li spinge a agire in tal senso. Nessun luogo deve permettersi di definirsi scuola se trascura, consapevolmente o meno, anche una sola di queste emergenze. Nessuno può permettersi di definirsi un insegnante se accetta passivamente una sola di queste due emergenze.

L’elemento dell’ansia, in esponenziale aumento tra i nostri ragazzi, deve essere approfondito. Non si tratta di auspicare la difficoltà o la sofferenza per sé o per gli altri come strumento di conoscenza o di crescita, ma si tratta di aiutare i nostri ragazzi a non temerla, a non crollare alla prima apparizione di essa sul sentiero della loro vita, a non sbriciolarsi, a indicare loro che vi è un’altra possibilità che correre via, indietro, spaventati. A saperla affrontare se, purtroppo, si presenta. Io so che da qualche parte, forse anche a Pistoia, in qualche scuola qualcuno sta cercando di fare esattamente questo.

Nel rapporto scuola-famiglia non mancano criticità anche gravi che talora sfociano addirittura in fatti di cronaca. Ha fatto (ancora una volta) notizia l’invettiva su Tik Tok di una madre che lamentava l’eccesso di compiti assegnati al figlio: «Fate schifo. Fate schifo. Questa categoria fa schifo. Punto» ha detto la donna tra parole irripetibili pronunciate davanti al bimbo. È soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo, l’ultimo di una lunga lista di miserie che non hanno nulla a che vedere con il reddito. Non si tratta di situazioni eccezionali o isolate e molti insegnanti riferiscono di pressioni, di insulti, di aggressioni, di telefonate allusive o ricattatorie e altre manifestazioni di simile degrado. Ma qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata di una mamma. Mi ha raccontato la situazione personale, seria, vissuta dalla figlia. «Io devo ringraziare la scuola – mi ha detto – perché senza non ce l’avremmo fatta».

«Mi è stata vicina. M. ha aiutato». Ha detto. Non ha preteso di rendere la scuola serva di qualche bizzarra volontà di scorciatoie. Ne ha cercato la solidità educativa. Perché di questa aveva necessità. Io so che in molti luoghi tanti genitori sentono gratitudine profonda e giusta per le scuole dove i loro figli vivono e crescono. Buon anno scolastico a tutti.

Edoardo Baroncelli, Direttore Ufficio Scuola diocesano