Ma il punto è educare la coscienza morale

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C’è qualcosa che non mi torna nelle mille e mille parole spese in questi giorni dopo il massacro di Giulia. Manifestazioni, urla, rabbia scesa in piazza e proposte su proposte: inaspriamo le pene, introduciamo nelle scuole l’educazione sessuale, facciamo una rivoluzione culturale e via così! Non voglio dire che sia tutto inutile. No. Una presa di coscienza è necessaria, pretendere leggi giuste e giuste pene va bene. Ma come dicevano i nostri vecchi: «Per forza non si fa neanche l’aceto».

Occorrono perciò convinzioni profonde, radicate nell’io individuale. E visto che i femminicidi, comunque, continuano, vi dico cosa non mi torna: l’idea cioè che bastino la conoscenza o una legge o un mutamento di cultura a cambiare le cose. Mentre invece chi può cambiare le cose, se lo vuole, è una coscienza morale forte e ben formata. Solo la coscienza morale può far percepire come male da evitare in modo assoluto il femminicidio come ogni mancanza di rispetto nei confronti della donna. È la coscienza morale che ti dice il limite invalicabile cioè il male da non fare, non le leggi. E la coscienza morale è personale: se non è forte e ben formata nell’individuo, dorme ed ogni istinto ha il sopravvento.

Ma educazione morale vuol dire educare alla distinzione tra il bene e il male, alla bellezza del bene anche se non è utile e al pericolo della seduttività del male. Forse proprio qui sta il nodo.

+ Fausto Tardelli, vescovo

(Tratto da La Vita-Pistoia Sette, dorso diocesano di Avvenire)